Una finestra aperta sulla «grande époque»

Archivio per dicembre, 2009

Le cuirassier qui n’a jamais abandonnè le Colonel Chabert

Le cuirassier qui n’a jamais abandonnè le Colonel Chabert

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Le cuirassier qui n’a jamais abandonnè le Colonel Chabert

Corazziere del I Reggimento, uniforme da campagna 1806-1809

La tela è liberamente tratta dall’immagine di copertina del libro Napoleon en Pologne. La campagne de 1806-1807 di Natalia Griffon de Pleineville e Vladimir Chikanov, con prefazione di Jaques Garnier. Il soggetto è ispirato alla Campagna d’Inverno del 1806 – 1807, che vide i belligeranti sempre alle prese con condizioni meteorologiche durissime, dove raramente il terreno non era innevato e durante la quale ebbe luogo, tra le altre, anche la battaglia di Eylau, la più terribile della Campagna ed una tra le più cruente e sanguinose dell’intera Epopea Napoleonica. Da questo sanguinoso scontro, ha origine la vicenda narrata dalla struggente novella di Balzac, intitolata “Il Colonnello Chabert”. La battaglia avvenne dopo alcuni scontri, scaramucce e manovre che avevano già duramente impegnato i contingenti al comando dei marescialli Bernadotte, Ney, Murat e Lannes. Senza dilungarsi sui prodromi del fatto d’armi (l’insigne storico Andrea Frediani, nel suo volume Le grandi battaglie di Napoleone, riferisce che fu preceduto da una notte terribile, con la temperatura scesa fino a 30 gradi sotto lo zero termico, trascorsa dalla gran parte degli uomini di ambo gli schieramenti all’addiaccio e su un terreno pesantissimo, per l’impossibilità di trovare riparo nel villaggio), va subito detto che all’alba dell’ 8 febbraio 1807, una violenta tormenta di neve diede una ben poco confortevole sveglia ai soldati, mentre i cannoni russi (una formidabile batteria di oltre 100 bocche da fuoco) cominciarono a tuonare verso le otto del mattino sotto la neve abbondante che rendeva quasi impossibile distinguere con chiarezza i movimenti delle truppe. L’artiglieria francese, nonostante disponesse di meno della metà dei cannoni, rispose con prontezza ed il duello divenne talmente intenso che, come raccontato dal Frediani, fumi e calori sprigionati dalle bocche da fuoco e dagli incendi provocati negli edifici colpiti, giunsero addirittura a sciogliere a mezz’aria la neve mentre ancora scendeva. La battaglia ebbe esito incerto fino all’ultimo e in più di un’occasione l’Imperatore temette il disastro ma, in breve, forse la più grande carica di cavalleria della storia (circa ottanta squadroni per un totale di 10.700 sciabole, al comando di Murat) e l’ancorchè tardiva comparsa sul campo delle forze di Ney (intorno alle ore diciannove), risolsero in qualche modo la giornata a favore di Napoleone che, pare, ebbe a dire che si trattava di una vittoria col sapore amaro di una sconfitta (circa 15.000 morti nelle fila russe e con ogni probabilità, ben oltre 20.000 tra i francesi). La novella di Balzac, che ha ispirato un grande film con uno straordinario Gerard Depardieu (nella pellicola, tuttavia, un occhio attento ed iconograficamente preparato, non può non notare come lo stendardo del Primo Corazzieri rechi il drappo rosso-arancio repubblicano del “Premier Consul” fissato ad un’asta su cui troneggia l’Aquila Imperiale…una macroscopica incongruenza) parla proprio di un certo Colonnello Chabert, comandante ad Eylau dello stesso reggimento del nostro che, creduto morto in combattimento, venne gettato nella fossa comune e salvato da una coppia di contadini del luogo. Rientrato anni dopo nella Francia della Restaurazione, sotto Luigi XVIII, rincontra a Parigi la propria moglie, ormai risposata al Conte Ferraud, cui ha dato due figli, profondamente e prestigiosamente inserita nel nuovo establishment borbone. Il rinnovato splendore della vedova Contessa Chabert, ora Contessa Ferraud, e lo sfarzo di cui si circonda, contrastano con le miserevoli condizioni in cui versa il “resuscitato” Colonnello. La splendida penna di Balzac rende partecipi delle disavventure di questo eroe redivivo il cui grande, romantico e nostalgico cuore, si scontra con l’aridità umana, nonostante l’aiuto partecipe e sollecito di Mastro Derville “Procuratore”. L’uomo che ho dipinto, e che galoppa spronando la sua cavalcatura sul denso manto nevoso, indossa la tunica d’ordinanza del Primo Corazzieri per il periodo 1806-1809, con mostre al colletto scarlatte profilate in blu, falde corte con risvolti scarlatti e fregio di granata blu scuro. Paramani e patte ai paramani sono pure scarlatti, anche se i guanti alla moschettiera indossati non ne consentono la visione se non per un minimo, e ci chiedono, su questo, un atto di fede. Siamo nel 1806 – 1807 ed i corazzieri riceveranno in dotazione la carabina (oltre alle già presenti pistole), solo agli inizi del 1812 e, dunque, il nostro uomo indossa la sola bandoliera in cuoio tinto bianco, con giberna in cuoio tinto di nero e recante fregio di granata in ottone sulla patta anteriore, e non anche la rangona con moschettone e cinghietta reggi-moschetto, che verrà aggiunta alla buffetteria proprio nell’anno della campagna di Russia. Corazza ed elmo, con cimiero robusto, pesantemente istoriato ed ornato da crine di cavallo, sono del secondo modello, distribuito ai corazzieri tra il 1806 ed il 1808. La corazza, in particolare, reca spallacci ricoperti a scaglie di rame ottonato (quest’ultimo effetto rimase invariato, per la truppa, e non risentì delle tre varianti, per modello e foggia, che il corsetto subì tra il 1802 ed il 1815). Il corazziere, uomo alto e robusto, un vero “gigante a cavallo” (come dovevano essere quasi tutti gli effettivi alla cavalleria pesante, almeno fino all’impresa russa), si è staffato piuttosto lungo, data la pesantezza del fondo e, nella bardatura del cavallo, ha optato per la mezza gualdrappa anteriore in vello di pecora, gallonata a denti di lupo nel colore reggimentale, in sostituzione dei meno popolari copri-fonde in panno blu scuro gallonati in bianco. Il suo sbuffante destriero, pur tonico e quasi certamente frutto di requisizione in quei territori, non sembra essere di quelli di maggior taglia, normalmente montati dalle truppe dotate di corazza. Il nostro, che nonostante la tenuta da campagna sfoggia il suo sgargiante pennacchio scarlatto, normalmente riservato a ben altre occasioni, potrebbe far parte di una linea di carica che ha preceduto quella visibile sullo sfondo, o essere un uomo eroico ed animoso che ha sopravanzato tutti per affrontare primo il nemico… e a me piace immaginare che si tratti di un corazziere particolarmente legato al Colonnello Chabert e che, anche ad Eylau, resosi conto che il suo comandante stava soccombendo, si sia ancora una volta slanciato avanti a tutti per volare in suo soccorso.

Olio su tela

Cm 50 x 40

Collezione dell’Autore

Annunci

Allo squillo del La, CA-RICAT!… VOLOIRE

Allo squillo del La, CA-RICAT!… VOLOIRE

Allo squillo del La, CA-RICAT!… VOLOIRE

Stefano Manni

Allo squillo del La, CA-RICAT!… VOLOIRE

Omaggio a Fernando Carcupino e tributo a “Mastro Derville”

Caporale furiere-trombettiere delle Batterie a Cavallo, uniforme di servizio 1887.

La tela mostra un caporale furiere-trombettiere delle “Batterie” nell’uniforme di servizio in uso certamente fino al 1887, anno di insediamento del Reggimento Artiglieria a Cavallo nella sede di Milano. In quell’anno alle “Batterie” – come in gergo militare vengono chiamate le “Voloire” – venne assegnata come sede la caserma “Principe Eugenio” detta dai milanesi “La Vulanta”, sita in Porta Vittoria nell’area sulla quale oggi sorge il Palazzo di Giustizia. Nel 1931, in occasione del centenario della loro nascita, si trasferirono nella nuova caserma “Principe Eugenio” (oggi “Santa Barbara”) di Piazzale Perrucchetti, dove ancora oggi è stanziato il Reggimento Artiglieria a Cavallo. La postura del “Tromba” e della cavalcatura sono tratte dal celebre quadro del grande Fernando Carcupino intitolato “Il trombettiere” (che riprende magistralmente il monumento bonzeo alle Voloire posto in Piazzale Perrucchetti di fronte alla caserma a Milano e nel cortile della scuola d’applicazione d’arma di Torino) mentre i dettagli uniformologici sono desunti dalle preziose tavole del Cenni. Nella più pura tradizione napoleonica, il crine che orna il kepì del nostro artigliere al galoppo, in quanto trombettiere, è bianco così come “grigio” è il suo cavallo. Interessante, nella fonte del Cenni, la fondina della pistola in cuoio marrone chiaro ed il correggiolo bianco che passa attorno al collo del nostro. Effetti d’ordinanza sono pure la bandoliera in cuoio tinto di giallo e la giberna in cuoio nero con fregio in ottone, che vi è assicurata. La drappella, frangiata in oro ed appesa alla tromba, mostra il lato azzurro chiaro con fregio ricamato di cannoni e sciabole incrociate. La cordellatura della tromba è in lana bianca e scarlatta, come pure sscrlatta è la fettuccia distintivo di grado (caporale), fossata al bordo superiore del copricapo.

Olio su tela

Cm 20 x 30

Collezione privata