Una finestra aperta sulla «grande époque»

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Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

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Ufficiali VI Lancieri e V Ussari, uniforme di servizio e campagna 1813

Olio su tela cm. 40 x 30, collezione dell’Autore

Un ondulato paesaggio collinare, in un limpido tardo pomeriggio di un probabile fine settembre – inizi ottobre (prova ne sono le piccole infiorescenze viola dette “settembrine”), fa da sfondo a questi due gentiluomini effettivi al VI Lancieri (a sinistra) ed al V Ussari (a destra). E’ lecito immaginare, sulla destra fuori quadro, all’ombra proiettata da un boschetto di alberi a fusto medio-alto, un distaccamento congiunto dei due corrispondenti reparti che, proprio in conseguenza dell’atteggiamento dei loro ufficiali (che hanno notato qualcosa nella direzione in cui stanno guardando), si appresta probabilmente a togliere il breve bivacco che si era concesso. Prima di addentrarmi nei dettagli squisitamente unifomologici, mi si permetta qualche cenno storico (principalmente per spendere, per la prima volta, alcune parole sui lancieri di linea). Fu certamente nel 1811 che l’Imperatore si rese pienamente conto del tremendo impatto psicologico (con conseguenti effetti negativi), che i cavalieri nemici dotati di lance, avevano sulle sue truppe appiedate ed essendo abilissimo stratega anche in questo campo, ordinando la creazione di 9 reggimenti di lancieri di linea, ottenne il duplice risultato di tranquillizzare, se così si può dire, i propri uomini a piedi arricchendo, contemporaneamente, la sua già superba cavalleria di questa nuova ed efficace specialità. Siamo, però, già nella seconda metà del 1811 e le numerose campagne, ancorchè illuminate da grandi vittorie, hanno di già pesantemente logorato la Grande Armata…dove, dunque, reperire uomini, cavalcature ed equipaggiamento per i nascenti reggimenti di lancieri?… La cavalleria francese, a quel tempo con ogni probabilità la migliore del mondo, inglobava, tra le sue specialità, i dragoni in un numero piuttosto consistente di unità…30 reggimenti (dopo la riforma della specialità voluta da Napoleone, 1° Console nel 1803, anche se, in realtà, 9 di questi erano dragoni soltanto sulla carta). Restavano, comunque, 21 reggimenti dai quali attingere e, così, in breve, il 1°, 3°, 8°, 9°, 10° e 29° dragoni furono riconfigurati come lancieri. L’uniforme mantenne la cromia caratteristica della specialità di provenienza, il verde medio scuro, modificando solo alcuni effetti; gli elmi di ufficiali, sottufficiali e truppa, persero la criniera che ornava il cimiero, sostituita con una cresta nera (del tutto simile, colore a parte, a quella scarlatta adottata dai carabinieri dopo il 1809), il frontalino del cimiero fu arricchito di 2 piccole lance incrociate, scomparsa la criniera, gli elmi furono dotati di sporgenza para-collo, gli stivali si abbassarono sotto il ginocchio (parimenti a quelli da ussaro e cacciatore) ed anche calzoni e sovra-pantaloni divennero identici a quelli usati dagli ussari. Nonostante la dizione li classificasse come cavalleria leggera, i lancieri conservarono i già citati elmi e i guanti alla moschettiera. Lance a parte, gli effettivi furono armati con le stesse armi bianche e da fuoco della cavalleria leggera. L’uomo che ho dipinto a sinistra, porta i colori del VI Lancieri (tunica verde medio con mostre e risvolti alle falde cremisi, guarniti da piccole aquile dorate…qui non visibili); l’elmo lo identifica subito come un ufficiale (turbante leopardato e foggia assai vicina al “Minerve”). Davanti all’orecchione sinistro, è sistemato il reggi-piumetto in ottone. La delicata e costosa bandoliera, ricoperta in tessuto a strisce oro e cremisi ed i calzoni al ginocchio verde medio con gradi a bastione sulle cosce e gallone dorato ai lati, per l’alta tenuta, sono stati rispettivamente sostituiti con una bandoliera in cuoio nero profilata in oro con corona e scudetto in lega di rame-ottone (che in migliori occasioni sarebbero stati raccordati da una catenella), e da sovra-pantaloni in tessuto grezzo verde medio con abbondante rinforzo interno in pelle, chiusi all’esterno gamba da 18 bottoni di rame su gallone cremisi e dotati di lembo sottoscarpa. Dettaglio piuttosto frequente, per gli ufficiali della nuova specialità, sostituire i guanti alla moschettiera in pelle biancastra da dragone, con modello analogo ma in pelle nera. L’ampio mantello (giusto appoggiato sulle spalle e lasciato lento al collo sfruttando la lunghezza dell’apposita catenella di chiusura), anch’esso verde medio con pistagna interna nel colore reggimentale e “rotonde” gallonata in oro, è dello stesso modello in dotazione ai colleghi dei dragoni. Gli speroni, in rame-ottonato, sono fissati al tacco dello stivaletto basso, indossato con i sovra-pantaloni di cui poc’anzi. Il cinturino porta-sciabola è sottile, in cuoio nero, profilato in oro con fibbia in rame ottonato a 2 piccole teste di leone o Gorgonne, raccordate da doppio gancetto a “S”. L’ufficiale del V Ussari che, evidentemente chiamato dal collega lanciere, lo sta raggiungendo per unirsi a lui nell’osservazione di quanto ha attirato la sua attenzione, indossa l’uniforme di servizio e campagna del suo reggimento. Caratteristica dell’unità, il panno e tessuto celeste di dolman (con paramani bianchi), calzoni e sovra-pantaloni (nel dipingere questo ufficiale, l’ho abbigliato con i calzoni abbastanza aderenti al ginocchio da alta tenuta, con gallone e gradi a bastione sul davanti delle cosce in oro) e la vistosa pelisse bianca, con passamanerie ed alamari in oro (ocra per sottufficiali e truppa), piccoli bottoni semisferici in rame ottonato e “forrure” nera. In genere questi effetti recavano 5 file di 16 o 18 bottoni sottesi dai relativi alamari, ma alcuni reggimenti ne avevano solo 3 file. Da una disamina delle eloquenti tavole del Rousselot, si evince che gli effettivi di questo reparto avrebbero portato, almeno fino al 1808 e per quanto riguarda la truppa, dolman e pelisse a 3 file di bottoni…sappiamo altresì che gli ufficiali, indipendentemente da quanto previsto, per l’unità di appartenenza, tendevano a farsi confezionare dolman e pelisse a 5 file di bottoni (di maggior impatto visivo e per non venir meno alla tradizionale, “guascona ed arrogante indisciplina” che contraddistingueva gli appartenenti di ogni rango di questa coraggiosa e pittoresca specialità). Sul dolman, in vita (qui ovviamente non visibile), un altro effetto tipico degli ussari; la fascia a cilindri (normalmente comprendente 6 file di cilindretti in tessuto a colori alternati), nel nostro caso, scarlatti e oro. L’alto copricapo è uno shakò in cuoio nero a forma leggermente tronco-conica (svasatura verso l’alto) con circonferenza superiore a rinforzo guarnito da un motivo a sottili cerchi in rame ottonato inanellati. Il Rousselot, nelle sue tavole, riferisce che questo modello prevedeva un soggolo guarnito da sottili anelli di rame (anche se non mancano modelli provvisti di soggoli ricoperti a scaglie dello stesso materiale) fissato ad elaborati orecchioni a testa di leone. Al centro, una coccarda bicolore unita da un sottile raccordo in rame ad una tulippe nello stesso materiale, cui il nostro uomo non ha applicato il vistoso pennacchio che, in circostanze meno “rustiche”, avrebbe ivi trovato alloggiamento. L’alta tenuta prevedeva uno shakò pressoché identico ma foderato in delicato panno celeste. Nella scena ritratta, la ricca bandoliera per l’alta uniforme è stata rimpiazzata da un modello in cuoio nero profilato da sottile galloncino dorato con fornimenti e fibbiame in rame-ottonato. La giberna, comunque elegante, è in cuoio nero con profilature, fregio e fornimenti in lega rame-ottone. Gli stivali sono quelli classici in distribuzione agli ufficiali della specialità; sotto il ginocchio, profilati a cuore, gallonati (in questo caso in oro), con sparoni fissati al tacco e guarniti da un fiocchetto pendente dal vertice della gallonatura. Accessorio tutt’altro che comodo, ma irrinunciabile nell’equipaggiamento da ussaro, il cinturino porta-sciabola (qui in cuoio nero sottilmente gallonato in oro) cui è sospesa, sempre tramite appositi pendagli, la tasca detta “sabretache”. Questo curioso e tradizionale effetto, è qui nella versione da campagna (a patte in cuoio nero con fregio ad aquila coronata e numerale del reggimento in ottone) ma, con l’alta tenuta, gli ussari (ed in special modo i loro ufficiali, sfoggiavano patte frontali della sabretache elegantemente e finemente guarnite, decorate e ricamate tanto che, in alcuni casi, si rasentava lo sfarzo. Tra le finalità dei regolamenti datati 1812, che videro una notevole semplificazione delle sabretache, c’era quello di porre limite a tali eccessi ma, nella realtà ed in perfetta armonia con il “carattere” degli ussari, i vecchi modelli furono conservati con gelosia ed ostentati per tutto il periodo imperiale. Il nostro indossa guanti corti in tessuto scamosciato biancastro e sembra essere rimasto affezionato all’usanza, certo più comune qualche anno addietro tra gli ussari, di sfoggiare treccine e raccogliere i capelli in un codino. La sciabola è a lama ricurva, con elsa a staffa ed impugnatura costolata a sottili fili di rame ed è inserita in un fodero in lega di rame-ottone con fornimento in cuoio nero. Con questo modello, assai frequente, le campanelle erano saldate direttamente al fodero senza rinforzo a contorno (contrariamente a quanto, in genere, avveniva per le lame con elsa a 3 guardie e fodero in ferro).

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