Una finestra aperta sulla «grande époque»

Automne

m-052-20160423 c1 cont fort.jpgStefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Automne

Subalterno del II Ussari in uniforme da campagna 1805.

Olio su tela, cm. 40 x 30

Il titolo del quadro è suggerito dalle tonalità del paesaggio autunnale (nel quale spiccano tre snelle betulle in primo piano a destra della tela), entro cui si muove, al trotto leggero, il nostro uomo in sella alla sua cavalcatura dal mantello sauro.

Il cielo non è di certo sereno e terso e la pozzanghera che ho voluto inserire, è testimonianza di una recente pioggia.

Il Secondo Reggimento Ussari, formatosi a Strasburgo già nel 1735, prese la denominazione di “2me Regiment de Hussards” nel 1791.

L’unità prese parte a numerosi fatti d’arme e, in particolare, si distinse ad Austerlitz (1805) e negli altri importanti scontri che videro gli uomini dell’Imperatore, impegnati nel nord Europa.

Nel corso di queste ultime campagne, le lame del 2° Ussari scintillarono nell’aria di Friedland.

Dal 1808 al 1813, gli uomini con dolman e pelisse marrone si mossero nel difficile scenario della Penisola Iberica (in quella che va sotto il nome di Guerra Peninsulare), partecipando attivamente a svariate azioni tra cui quelle di Alcabòn e Cazala de la Sierra.

Il reggimento fu richiamato in occasione della Campagna di Lipsia e, a seguito della prima abdicazione dell’Imperatore, fu ridenominato quale “Regiment de Hussards de la Reine”.

Per la Campagna dei Cento Giorni, ripresa la sua denominazione napoleonica, fu aggregato ai reparti incaricati della difesa di Belfort.

Nel settembre del 1815, il glorioso reparto veniva sciolto.

Per eseguire il dipinto, mi sono ispirato, ancorché mi sia preso un paio di “licenze” (comunque in linea con equipaggiamenti e dotazioni della specialità e del reggimento), ad uno schizzo giuntoci da un contemporaneo, il Barone Lejeune.

L’ufficiale indossa la tenuta di servizio comprendente dolman marrone (con paramani celesti qui ovviamente non visibili) e pelisse dello stesso colore, con fourrure nera.

Entrambi gli effetti avevano bottoni semisferici in peltro ed alamari e passamanerie in argento (lana bianca per la truppa).

La fascia a cilindri (anch’essa non visibile data la pelisse indossata), presenterebbe la bicromia scarlatto-argento ed argentate sarebbero le cordelline con fiocchetti a fissaggio della stessa.

Interessanti i robusti sovra-pantaloni in tessuto verde scuro, dotati di lembo sotto-scarpa , rinforzati in pelle sui lati interni e chiusi, su quelli esterni, da un numero variabile di bottoni (tra i 16 e i 18) in peltro su gallone argentato.

Questo capo, usatissimo in campagna, era a protezione o sostituzione dei più delicati ed eleganti calzoni all’ungherese (da portarsi con gli omonimi stivali sotto il ginocchio) che, per il 2° reggimento, erano celesti con distintivi di grado e/o fioroni cosciali e gallonature argentate o in tessuto bianco, a seconda del grado e del rango.

L’originale tramandatoci dal Lejeune, sfoggiava, quale copricapo, un ampio shakò in cuoio nero, leggermente tronco-conico, gallonato in argento alla circonferenza superiore ed ornato da un pennacchio nero con sommità celeste.

Lasciando invariato il pennacchio, io ho sostituito lo shakò con l’altrettanto usuale e caratteristico colbacco in pelo d’orso, recante fiamma celeste, con galloncini e fiocchetto argento (con l’alta tenuta, sarebbero comparsi anche cordoni e racchette argentati su entrambi i tipi di copricapo).

Il nostro giovane gentiluomo, oltre alla coppia di pistole alloggiate nelle fonde ai lati dell’arcione della sella (sotto i lembi della gualdrappa), è armato con una sciabola a lama ricurva, con fodero ed elsa in lega di rame e ottone, laddove il fodero presenta ampio fornimento in cuoio nero al centro.

Le campanelle sono fissate direttamente al fodero, senza rinforzi.

La sciabola (così come la sabretache versione da campagna, in cuoio naturale con aquila coronata e numerale del reggimento in metallo chiaro, fissati alla patta anteriore), è appesa ad un cinturino nero, con fibbia ad “S”, con pendagli pure neri e sottilmente gallonati in argento, fissati con piccole borchie sempre argento che, nella cesellatura, potevano rappresentare piccole teste leonine o di gorgonne (effetto che, assai probabilmente, andava bene anche con tenute più eleganti o vistose).

Si noti come la dragona della sciabola riprenda la cromia argento delle passamanerie e guarniture degli altri effetti (ivi compresi quelli della bandoliera e della relativa giberna).

Degno di nota il fatto che, nelle tavole del Rousselot e contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere in termini cromatici, la truppa del reggimento sembrava utilizzare una sabretache recante, sulla patta anteriore, uno scudo coronato all’interno del quale campeggiava una piccola aquila…il tutto in lega di rame ottonato od ottone.

Al tacco degli stivaletti bassi, a scarponcino, in cuoio nero, è fissato lo sperone che qui, per particolare vezzo, potrebbe anche essere d’argento e che, comunque, sarebbe stato di metallo chiaro o ferro brunito.

La testiera, la briglia (insieme di morso, filetto, capezzina e barbozzale) ed il pettorale del cavallo, pur con fibbie più rifinite e forse più sottili, sembra essere una versione da campagna assai simile al modello da truppa (non compare, infatti, la borchiatura in argento sulle stringhe facciali e manca la stelletta di congiunzione dei vertici del “croissant de cavalerie legere”, normalmente presente con la bardatura da alta tenuta).

L’originale ritratto dal Lejeune, optava per una gualdrappa in pelle d’orso nera, profilata da un gallone sagomato a denti di lupo in tinta celeste, mentre io ho fatto utilizzare, al nostro giovane, una coperta da sella celeste bordata da singolo gallone argento e profilata in celeste.

Pratica non certo inusuale, infine, quella di accorciare, anche sensibilmente, le code dei cavalli acciocchè, soprattutto per i reparti esploranti (uno dei compiti tattici delle unità ussari), non avessero ad impigliarsi negli arbusti del sottobosco.

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