Una finestra aperta sulla «grande époque»

En manteau-capote

En manteau-capote

En manteau-capote

Stefano Manni

En manteau-capote

Sergente e corazziere del III Reggimento in uniforme da campagna con mantello-cappotto, 1812-1813

Olio su tela, cm. 40 x 30

Un omaggio a Jean Baptiste Edouard Detaille ed a Lucien Rousselot.

Nella singolare luce di un tardo pomeriggio autunnale, che volge ormai al tramonto, dove il sereno sembra voler tornare dopo abbondante pioggia, aiutato da una sostenuta brezza (che spira al traverso di destra, rispetto alla posizione di cavallo e cavaliere in primo piano), una pattuglia di due elementi del 3° Corazzieri sosta un istante a scrutare le possibili direzioni di provenienza di una eventuale minaccia agli acquartieramenti o bivacchi del reparto.

Il luogo sembra desolato, il paesaggio brullo e le condizioni atmosferiche non paiono certo delle più confortevoli, ed il cavallo in primo piano non può fare altro che socchiudere gli occhi ed allungare e chinare l’incollatura per ripararsi, in qualche modo, dal freddo.

L’uomo che ha in sella, sicuramente di consumata esperienza, ha leggermente ruotato le gambe verso l’esterno in modo da poter esercitare una garbata ma costante pressione sul costato dell’animale, con la parte posteriore del polpaccio, onde ottenere, dall’equino, quei piccoli movimenti che lo porteranno “sugli appiombi” (arti posteriori ed anteriori allineati).

Questa coppia di commilitoni indossa, sull’uniforme standard per questo tipo di attività, comprensiva di corazza, il mantello-cappotto conforme ai regolamenti del 1812.

Si trattava di un abbondante capo in panno biancastro, intessuto con un’impercettibile idea di fili blu (“piquè de bleu”, si riporta sulla collana HISTOIRE & COLLECTION, riferendosi ad analoga tinta del mantello dei Granatieri a Cavallo della Guardia Imperiale), dotato di larghe maniche e di un’ampia mantellina (“rotonde”, che giungeva quasi all’altezza dei fianchi) a tre o quattro bottoni ricoperti in tessuto e dal consistente collo che offriva una buona protezione in particolare dal vento.

Il lato interno dell’apertura frontale e dello spacco posteriore di questo effetto, erano bordati con una saia nel colore reggimentale che, nel 1813, scomparve.

Nel 1811 era entrato in distribuzione, per sottufficiali e truppa, l’impopolare nuovo modello di elmo che i nostri due indossano (con cimiero non istoriato, prodotto con ferro, rame e ottone di scarsa qualità e che ben più di qualcuno preferirà ignorare totalmente, per servirsi del vecchio esemplare riattato alla meglio…pare accertato che molti corazzieri si siano messi in marcia per la Russia adottando questo tipo di comportamento. L’esemplare, tuttavia, continuò ad essere prodotto e distribuito nonostante il diffuso e conclamato malcontento degli utilizzatori e numerosi furono quelli rinvenuti sul campo di Waterloo).

Tra le numerose fallianze di questo copricapo, una delle più lamentate sembrava essere la mancanza, rispetto ai precedenti modelli, del sottile ma efficace rinforzo in rame sul bordo della visiera di cuoio, che rendeva la stessa, come è facile arguire, assai facilmente deformabile, soprattutto in conseguenza dell’esposizione prolungata a precipitazioni piovose o nevose.

Il rango di Sergente dell’uomo in primo piano, si può presumere, dato che il “manteau-capote” impedisce la vista dei galloni di grado sulla tunica, dal bulbo sul cimiero in lega di rame-ottone anziché in crine di cavallo conciato, come è per il suo sottoposto (in una delle sue numerosissime e altrettanto precise tavole, il Rousselot ci riferisce, infatti, circa la duplice versione del bulbo di quest’elmo, concepito con l’intenzione di standardizzare e porre freno all’estrema varietà, tipologia, forma, cesellature, inclinazione ed altezza dei cimieri, da reggimento a reggimento).

Le giberne in cuoio nero, la cui bandoliera è stata indossata sopra il cappotto ma sotto la “rotonde”, toccano o poggiano sulla valigia porta-mantello posta sul retro della sella e, in questo periodo, sono del tipo privo del fregio di granata in ottone sulla patta frontale (presente sulla precedente versione).

La bardatura dei cavalli, entrambi dal manto baio-scuro, è quella di uso generale tra il 1803 ed il 1812 e prevede una gualdrappa in vello di pecora biancastro, bordata a dentelli nel colore reggimentale (scarlatto) ed una copertina da sella in panno blu scuro, bordata da singolo gallone bianco e profilata nuovamente in blu (in base ai regolamenti datati 1812, questo effetto non sarà più perfettamante quadrangolare, ma leggermente angolato al vertice verso il posteriore del cavallo…mentre i nostri due corazzieri, evidentemente, sono ancora dotati del modello pre 1812).

Un fregio di granata bianco (tradizionale distintivo delle truppe pesanti), è cucito o ricamato ai vertici posteriori della copertina da sella, mentre anche i lati corti esterni della valigia, sono gallonati di bianco e recano, nella stessa tinta, il numerale del reparto.

Le fonde in cuoio naturale per la coppia di pistole in dotazione, si trovano ai quartieri anteriori della sella, sotto i lembi della gualdrappa.

I due, sicuramente anche per l’ingombro del mantello-cappotto, hanno lasciato inguainate, nei foderi in ferro, le loro sciabole a lama diritta, con elsa a tre guardie in lega rame-ottone per impugnare, pronto all’uso, il moschetto da cavalleria modello “An XI” che, con decreto del 24 dicembre 1811, ne stabiliva la distribuzione alla specialità a partire dall’inizio del nuovo anno.

Ciò non può non farci considerare che, ancorchè non visibile, unita alla bandoliera vi sia anche la rangona con moschettone e che i due, sotto il cappotto, siano anche dotati della baionetta per la carabina.

Per doveroso tributo, si impone, qui, un veloce cenno sulla presenza del III Corazzieri ad importanti fatti d’arme:

– Austerlitz (1805);

– Jena, Heilsberg e Friedland (Campagna d’Inverno 1806 – 1807);

– Eggmuhl, Essling e Wagram (1809);

– al galoppo nell’inferno di Borodino (1812);

– Dresda e Lipsia (1813);

– Champaubert (1814);

– Fleurus e Waterloo (1815).

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