Una finestra aperta sulla «grande époque»

L’Aigle qui ne se soucie pas de la mitraille

L’Aigle qui ne se soucie pas de la mitraille

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

L’Aigle qui ne se soucie pas de la mitraille

Marechal des Logis Porta-Aquila del XII Corazzieri, Waterloo 18 giugno 1815.

Olio su tela, cm 40 x 30

La scena che ho dipinto, è collocabile nel pomeriggio dell’infuocata giornata di Waterloo. Rappresenta un Marechal des Logis del XII Corazzieri incaricato di portare l’Insegna reggimentale nel corso di una delle fragorose, eroiche e commuoventi cariche che la cavalleria dell’Imperatore condusse in quell’epico scontro.

La mia “immaginazione” -nell’affidare l’Aquila a questo veterano- non si è poi discostata di molto da quanto pare avvenisse nella realtà: sembra, infatti, assai diffusa la prassi di assegnare questa incombenza a sottufficiali anziani e di consumata esperienza.

Le fucilate nemiche fischiano ed uno squadrone del dodicesimo carica tra il fumo dei moschetti, che gradatamente si allunga in lingue biancastre, in un vasto campo di grano e segale…ma tenterò di situare esattamente l’episodio con l’ausilio, tra le altre fonti, anche e soprattutto di quanto, sul fatto, viene riferito dal Prof. Barbero, nel suo splendido

trattato sulla storia di Waterloo, dal titolo “La battaglia” (una dettagliatissima quanto straordinariamente avvincente ricostruzione dei combattimenti).

Siamo al momento in cui i difensori tedeschi della fattoria di La Haye Sainte se la stanno vedendo piuttosto brutta…due colonne di fanteria francese li stanno duramente impegnando e, in particolare, gli uomini del Maggiore Von Baring rischiano che il granaio, dove si sono asserragliati, divenga la loro tomba.

Viene deciso di inviare, in rinforzo a Baring, un battaglione della King’s German Legion, i “Luneburger”, agli ordini del Colonnello von Klenke.

Mentre le forze francesi agli ordini di d’Erlon si apprestano a posizionarsi per sferrare l’attacco alla fattoria, il Maresciallo Ney, ordinando ai colonnelli dei vari reparti di cavalleria di cedergli un’aliquota di ciascun reggimento, ha costituito un forte contingente di sciabole (e numerosissime corazze tra cui pare spicchino quelle del Settimo e del Dodicesimo Corazzieri) a sua totale e diretta disposizione ed al comando del quale ha posto il Colonnello Crabbè (uno dei suoi aiutanti, che poco più tardi cadrà ferito a morte nella feroce mischia con i dragoni nemici delle Life Guards, un attempato ufficiale di cavalleria belga che era uscito dal grembo materno proprio nella vicina Bruxelles il che, nella presente congiuntura, non guastava di certo).

L’occasione è ghiotta e, mentre Baring sta certo gioendo per l’arrivo di rinforzi ed esce dal granaio assieme a molti dei suoi per arrischiare qualcosa di simile ad un contrattacco, il sorriso gli si smorza ben presto, all’accorgersi dei corazzieri di Napoleone che, con Crabbè in testa, stanno scendendo velocemente verso di loro tra il grano alto.

Quando Baring comincia a sgolarsi per richiamare attorno a se i suoi fucilieri (aveva assunto il comando del reparto da non molto tempo ed i suoi uomini non sembra fossero ancora ben avvezzi allo stentoreo timbro della sua voce), è tardi…questi, ormai in campo aperto e sparpagliati, sono in balia della fragorosa carica dei corazzieri…come, peraltro, i Luneburger; ma far fuoco (una sola volta, eventualmente, in quanto ricaricare è semplicemente impensabile) e fuggire al contempo tra il grano, la cui altezza oltrepassa la gamba, è cosa assai difficile, vieppiù se si è a piedi ed inseguiti da un cavaliere nemico al galoppo, in sella ad un animale enorme che fa fischiare nell’aria la lama di una sciabola di quasi un metro…ed è una debacle; pressoché la metà del battaglione Luneburg, compreso von Klenke, cade in quella manciata di minuti.

Ancorché con cavalli non più freschi, i motivatissimi uomini del Dodicesimo, del Settimo e degli altri reggimenti corazzieri proseguono al galoppo verso la cresta del crinale dove Kielmasegge ed Ompteda hanno già disposto i propri uomini in quadrati da cui partono scariche che infliggono alcune perdite a questi instancabili cavalieri.

Nel ridiscendere il crinale, gli uomini criniti e corazzati, hanno anche modo di piombare su quattro sparuti cannoni al comando di Sir Hew Ross, decimandone gli artiglieri prima che abbiano il tempo di rifugiarsi entro i quadrati amici (questo gentiluomo disponeva, inizialmente, di 6 cannoni ma 2 li aveva schierati decentrati sulla strada che attraversava quel settore…ed erano stati ben presto polverizzati dalle salve precise della “Grande Batterie”).

In tempi precedenti, e certamente migliori, l’Imperatore aveva stabilito che i requisiti per poter accedere ai ranghi della specialità corazzieri, fossero altezza non inferiore ai 180 cm, non meno di dodici anni di onorato servizio, e la partecipazione attiva al almeno tre campagne. Un corazziere, completamente armato ed equipaggiato, poteva arrivare a pesare fino ad oltre 150 kg… va da sé che le relative cavalcature dovessero essere morfologicamente poderose, per portare agevolmente e con efficacia, tali uomini al galoppo ed alla carica (seppur per tratti non lunghissimi).

C’era poi il problema dei costi…tra quota foraggio, armamento, equipaggiamento e paga dell’uomo (assai superiore a quella di altri cavalieri di linea), un corazziere veniva a costare alle casse imperiali quanto venti fanti; tuttavia, i risultati valevano la spesa e i sacrifici…i corazzieri erano una formidabile forza d’urto (avevano, in pratica, la funzione che in più recenti campi di battaglia è stata attribuita ai carri armati), erano un vero e proprio rullo compressore a disposizione di un comandante di Napoleone e provocavano, sul frastornato nemico che li affrontava (specialmente se in campo aperto ed isolato), un impatto psicologico devastante.

Anche se l’ecatombe di uomini e cavalli che fu conseguenza della disastrosa Campagna di Russia, non consentì più, dopo il 1812, di soddisfare i predetti standards, tuttavia anche sul campo di Waterloo si potevano vedere ancora corazzieri e cavalli possenti.

Il nostro uomo, dunque, galoppa tra le polveri e i fumi dello scontro.

Il suo cavallo -forse già colpito- sembra inclinarsi sulla destra, protendendo il collo…egli stesso è stato preso d’infilata da una palla che, spezzando il soggolo destro dell’elmo (che si è conseguentemente già spostato e sta per cadere), gli ha assai probabilmente reciso l’orecchio corrispondente, facendo sbilanciare sensibilmente all’indietro il suo assetto in sella e portando la presa sulle redini a fine corsa (notevole il bulbo che sovrasta il cimiero anch’esso in rame-ottone anziché in crine conciato, o in tale modo ricoperto, come per sergenti e truppa… il gioco di luci sul lato piatto sinistro del cimiero, rivela che lo stesso deve aver subito qualche colpo o sciabolata che lo ha leggermente schiacciato sulla sommità).

Il dolore, e la più che probabile evenienza di cadere di lì a qualche altro istante, non sembrano rappresentare un problema per questo animoso sottufficiale che invece, considerato il “martirio” che sta subendo il drappo del vessillo, concentra il suo preoccupato e stralunato sguardo sull’integrità dell’Aquila Imperiale (sul lato frontale del piccolo basamento, su cui poggia il simulacro del fiero rapace, è sovrimpresso il numerale del reggimento).

In merito ai dettagli uniformologici, elmo e corazza sono quelli dell’ultimo modello distribuito alla specialità, così come la tunica, che vestì i corazzieri tra il 1813 ed il 1815, ad un solo petto, chiusa da 9 bottoni di peltro, a falde corte con il colore reggimentale (rosa) presente ai risvolti alle stesse, alle mostre al colletto, alle patte ai paramani ed alla profilatura delle false tasche posteriori, verticali, a tre punte sulle falde.

Rosa sono anche la bordura dentellata della gualdrappa in vello di pecora e la saia interna del mantello (nel 1815 era già da oltre tre anni in uso il modello di “manteau-capote” in pesante panno biancastro impercettibilmente intessuto di fili blu, con maniche e mantellina e, dal 1813, privo della saia interna colorata, ma il nostro protagonista, uomo d’età, sembra essere rimasto affezionato alla precedente versione di mantello, anch’esso dello stesso tessuto e nella stessa tinta, ma senza maniche, con saia interna nel colore reggimentale e ripiegato, sulla valigia posta sul retro sella, nel tradizionale modo atto a mostrarla).

I galloni obliqui argentati, sottopannati scarlatto sugli avambracci e quello omerale sinistro, sempre argentato, a “V” rovesciata, così come le spalline con piatto scarlatto, mezzaluna argento e frange miste argento e scarlatte, indicano il grado di Marechal des Logis; in base al decreto del 27 marzo 1815, una compagnia corazzieri poteva schierare il seguente organico:

  • 1 Capitano (Comandante);
  • 1 Tenente (Vice-Comandante);
  • 2 Sottotenenti;
  • 1 che potremmo chiamare Primo Maresciallo (Marechal des Logis Chef);
  • 4 Marescialli (Marechal des Logis);
  • 1 Sergente o Sergente Maggiore Furiere (Fourrier);
  • 8 tra Caporal Maggiori e Caporali (Brigadiers);
  • 2 Trombettieri; 42 Corazzieri.

I calzoni sono del tipo in tessuto biancastro, poco sotto il ginocchio, da indossarsi con le ghette.

Il velo di fango rappreso sugli stivali (anche se almeno gli speroni sembrano essere stati manutenzionati come avvenuto per i moschetti, gli effetti metallici e le armi bianche in genere), è indice delle abbondanti piogge del giorno e della notte precedente la Battaglia (17 giugno).

L’armamento è costituito dalla sciabola diritta d’ordinanza con fodero in ferro ed elsa a tre rami in lega rame-ottone, con manico costolato a fili di rame e dalla coppia di pistole poste nelle fonde assicurate ai quartieri della sella e coperte dai lembi della gualdrappa (dal 1812 agli uomini di truppa era stato distribuito anche il corto moschetto da cavalleria e, dunque, alla bandoliera, si era aggiunta anche la rangona).

Il soldato è sprovvisto, per qualche ragione della bandoliera in cuoio tinto bianco, con relativa giberna in cuoio nero (che nell’ultimo modello prodotto, non recava più il fregio di granata in ottone sulla patta di apertura).

Ciò, in armonia con le numerose fonti grafiche e pittoriche che raffigurano i “Porte Aigle” della cavalleria pesante generalmente in tale guisa.

Diversi e di diversa foggia furono i drappi in dotazione alle unità della “Grande Armèe” nel periodo delle Guerre Napoleoniche e quello che ho rappresentato, è del modello distribuito nel 1815, con tricolore a bande verticali, frangia dorata perimetrale esterna ma, sostanzialmente, più semplice ed essenziale di altri modelli per quanto concerne le decorazioni perimetrali interne.

Il lato destro recava la dedica dell’Imperatore al reggimento, mentre quello sinistro riportava il “ruolo d’onore” del reparto (le battaglie cui l’unità aveva preso parte, nel caso del Dodicesimo Ulm, Jena, Eylau, Friedland, Eckmul, Essling e Wagram).

Pare che alcune Aquile (nel periodo di massimo splendore erano in bronzo dorato), nella Campagna dei Cento Giorni, per l’usura o i danni subiti, fossero state sostituite (anche per ragioni di economia) da identici esemplari che, ancorchè sempre splendidamente dorati, erano in legno.

Piacendomi pensare che quella del Dodicesimo abbia conservato la sua fattura bronzea, mi sono adoperato per dare, nel dipinto, l’effetto di una doratura che ricopra un materiale più solido e nobile che non il legno.

Concludo, in ossequio al Dodicesimo, con i fatti d’arme che lo riguardano:

  • 1805: in sella, tra i vari eventi, anche ad Elchingen ed Austerlitz;
  • Campagna d’Inverno (1806 – 7): in azione a Jena, Heilsberg e Friedland;
  • 1809: l’Aquila del 12° galoppa a Eggmul, Ratisbona, Essling e Wagram;
  • 1812: fa parte del Corpo di Cavalleria di Riserva e carica a Borodino e Winkovo;
  • 1813: partecipa a 6 combattimenti, tra cui Dresda e Lipsia;
  • 1814: in azione in tutte le battaglie della Campagna di Francia…fino a Parigi stessa;
  • 1815: inquadrato nel Corpo di Cavalleria di Riserva (Generale Milhaud), carica a Ligny e Waterloo.
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