Una finestra aperta sulla «grande époque»

Vieux sabre, honneur du Capitaine

Vieux sabre, honneur du Capitaine

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Vieux sabre, honneur du Capitaine – Grande Tenue sur sellerie pour service de route

(Vecchia sciabola, onor di Capitano – Alta Tenuta su selleria e bardatura per servizi di marcia o scorta)

Capitano anziano dei Cacciatori a Cavallo della Guardia Imperiale, alta tenuta 1804 – 1808.

Tributo a Lucien Rousselot ed omaggio a Jean Baptiste Edouard Detaille. Olio su tela cm. 50 x 40

Ho dipinto questa tela (adottando la soluzione pittorica del mezzobusto a cavallo sfumato al basso), nella quale l’uniforme indossata dalla figura in primo piano (“Grande Tenue”), è in disaccordo con la bardatura del cavallo (“Sellerie  a la chasseur / pour service de route”).

Per dirimere la questione, e prima di passare alla disamina degli aspetti iconografici del lavoro, possiamo senz’altro ipotizzare che il nostro capitano, reduce da un impegno che prevedeva l’alta tenuta (quale un servizio di rappresentanza, un picchetto d’onore o altra similare esigenza), dovesse immediatamente dopo svolgere un servizio di natura più ordinaria (come una scorta o una pattuglia a cavallo).

L’uomo, dunque, terminata la prima incombenza, si sarà attardato per qualche motivo (magari “galante”, cosa non rara tra i coraggiosi gentiluomini in forza alla cavalleria francese dell’epoca) e, mentre il suo fido attendente si è dato da fare per fargli trovare il cavallo regolarmente equipaggiato per quella successiva, egli non ha avuto il tempo materiale di cambiarsi d’abito e di adeguarsi alla tenuta detta “Tenue en habit a la  Chasseur” indossata, invece, dal collega in secondo piano (anch’egli in sella, sfumato al basso e con la parte superiore nella leggera evanescenza, dovuta al gioco cromatico della polvere, della sfumatura e della direzione di provenienza della luce).

Il nostro coriaceo gentiluomo indossa, pertanto, l’alta tenuta detta “alla ussara” comprendente dolman verde medio scuro (con paramani scarlatti passamanerie, galloni ed alamari dorati, sottesi da 5 file di 18 bottoni semisferici in rame-ottone), “pelisse” scarlatta (con “forrure” bianca, alamari, bottoni, cordoni, fiocchi e racchette, galloni di grado e passamanerie in oro), fascia ventrale a cilindri con gli stessi alternati in tessuto verde medio scuro ed oro, calzoni per montare in tessuto ocra-biancastro e stivali da cavalleria leggera sotto il ginocchio.

La pelisse (pittoresco capo traente origine dagli antichi cavalieri dell’est che, il più delle volte, anziché indossato, veniva portato flottante sulla spalla sinistra), è assicurata, a giro collo, tramite un cordoncino con lunga asola ad alamaro ed olivetta di fermo in robusto filo d’oro, abbellito con fiocchi e racchette nello stesso materiale.

Notevole la elegante bandoliera (con giberna in cuoio rigido nero, finemente guarnita in oro e recante aquila imperiale coronata sulla patta di apertura, qui non visibile per prospettiva e posizione) verde scuro con doppio galloncino in oro e recante aquila imperiale e corona raccordate da 2 sottilissime catenelle dorate (in campagna e con altre tipologie di uniformi, questo delicato effetto sarebbe stato protetto con una fodera in marocchino rosso, con bottoni dorati).

Lo sperone, fissato al tacco della calzatura e qui non visibile per questioni prospettiche, è in rame-ottone.

L’ufficiale è armato con la sciabola regolamentare a lama ricurva (da cavalleria leggera) fissata ad un’elsa in rame-ottone a staffa, ovvero a 3 rami ed impugnatura guarnita da costolature in filo di rame. Il fodero è in ferro, con fascette di fissaggio delle campanelle in rame ottonato. Il cinturino porta-sciabola ed i relativi pendagli della stessa e della sabretache, sono in cuoio tinto scarlatto con doppio e sottile galloncino in oro (in rame-ottone, sono anche le fibbie di questi effetti e le placchette circolari di fissaggio pendagli ed allacciatura del cinturino, sulle quali è scolpita una piccola aquila coronata).

La vistosa e sgargiante sabretache, ha la patta frontale riccamente guarnita e ricamata con motivi tipicamente richiamanti lo sfarzo imperiale (come il manto in ermellino, al cui centro troneggia l’aquila in oro)…il tutto inserito in una sorta di baldacchino alla cui sommità è ricamata la corona. La patta è guarnita da spessa e robusta gallonatura in oro (che per gli ufficiali superiori era anche frangiata in canutiglia oro) e profilata in tessuto verde scuro (con altri tipi di tenuta, l’effetto avrebbe avuto la patta frontale in cuoio rigido nero, recante ampia placca in rame od ottone con aquila ed analoghi motivi decorativi imperiali).

Il collega in secondo piano, distinguibile nella sola parte alta del busto, indossa la tipica “Tenue en habit a la Chasseur” comprendente una tunica verde medio-scuro (habit) a falde semilunghe, a doppio petto aperta dal centro verso i lati, con paramani e mostre al colletto scarlatti, risvolti alle falde e marsina pettorale profilati scarlatto. Alla base dei risvolti alle falde, un fregio rappresentante un corno da caccia in oro con sottile profilatura scarlatta (ocra-aurore, naturalmente, per la truppa).

Questa “mise” prevedeva anche un elegante panciotto senza maniche, scarlatto, guarnito con 5 file di 14 bottoni semisferici in rame-ottone, raccordati dai corrispondenti alamari, sempre in tessuto e filo dorato, parzialmente visibile sotto l’habit.

I calzoni, attillati ed al ginocchio, da portare con gli stivali, erano in tessuto verde medio scuro con distintivi di grado “a bastione” in oro cuciti sulle cosce e banda dorata lungo la cucitura esterna (con la “Tenue de Route” vera e propria, era previsto anche l’uso di calzoni lunghi, in tessuto verde scuro, con sottoscarpa e doppia banda di gallone laterale in oro).

La sola spallina sinistra è frangiata in canutiglia dorata mentre, a destra, sono fissati i giochi di nodi costituenti la cordellatura (tipica della Guardia) in oro (per la truppa questo effetto sarebbe stato in lana ocra-aurore).

Entrambi calzano stivali da cavalleria leggera in cuoio nero, profilati a cuore sul davanti ed a leggera punta sul retro ed impreziositi da galloncino con fiocchetto in oro (per un paio di tenute da città, per le quali vi erano almeno 3 tipi di copricapo: colbacco, feluca o berretto da fatica, erano in uso anche stivali di analoga fattura e materiale, ma curiosamente tinti in rosso o verde).

Sia l’uomo in primo piano che l’altro, hanno guarnito l’abbondante colbacco in pelo d’orso fulvo (con fiamma in panno scarlatto con sottile galloncino e fiocchetto in oro), con l’alto pennacchio (verde con sommità scarlatta), cordoni e racchette in pesante tessuto sempre oro.

A partire dal 1806, principalmente la truppa, applicò una piccolissima aquila ocra al centro del dischetto blu della coccarda fissata sul lato sinistro del colbacco (a sfoggio dei colori nazionali ed a nascondimento della “tulipe”.di fissaggio del pennacchio.

La bardatura dei cavalli, che per l’alta tenuta indossata dal nostro protagonista avrebbe previsto una elaboratissima e vistosa gualdrappa in pelle di leopardo (con emi-cranio superiore in corrispondenza della paletta posteriore della sella, gallonata in orosottilmente profilata in scarlatto e guarnita da plissettatura in seta verde medio), con la “Tenue de route” è costituita da un’abbondante “schabraque” in panno verde medio (qui leggermente schiarita per la ipotizzabile prolungata esposizione agli agenti atmosferici, anche se lo spesso gallone in oro sembra essere stato sostituito di recente), di taglio spiovente verso il retro, gallonata, appunto, in oro e profilata in scarlatto e recante, ai vertici posteriori, l’aquila imperiale coronata, ricamata tessuto e filo d’oro.

Gli staffili, previsti per il rango di ufficiale, sono in cuoio tinto rosso e le staffe in lega rame-ottone (rispettivamente cuoio tinto bianco e ferro per sottufficiali e truppa). In campagna, la truppa poteva utilizzare, come uso in numerosi altri reparti di linea, anche una gualdrappa in vello di pecora bianco profilata da gallone scarlatto tagliato a denti di lupo.

In merito al cuoiame della testiera del cavallo, quello previsto per i servizi di parata contava solo qualche borchietta in più rispetto a quanto ho rappresentato, mentre le false redini (qui in cuoio come quelle del filetto), erano dorate. Il “croissant de cavalerie legere” (una piccola mezzaluna in rame-ottone), in distribuzione a sottufficiali e truppa, nelle testiere da ufficiale prendeva la forma di un medaglione leggermente ovoidale, riccamente intarsiato con, al centro, una piccolissima testa di gorgonne.

Ove possibile (con la sola, tradizionale eccezione dei musicanti, che montavano cavalcature “grigie”), gli effettivi al reggimento erano sempre in sella a cavalli “sauri”.

La configurazione dell’abbondante gualdrappa, sui quartieri anteriori della sella (assai simile a quella riportata nella tavola n. 120 – figura di sinistra – del Rousselot), suggerisce che l’ufficiale abbia adottato fonde di fattura artigianale, certo raffinata, e molto meno ingombranti di quelle d’ordinanza o previste per la truppa

Come sempre, in ossequio ai suoi eroici componenti, fedelissimi dell’Imperatore, concludo con qualche nota organica e con le principali campagne cui il reparto prese parte, nonché elencando qualche nome celebre:

Il reggimento ha sempre fatto parte della Guardia (prima consolare e poi imperiale. La definitiva denominazione di “Chasseurs a Cheval de la Garde Imperiale”, fu assunta il 18 maggio 1804) e, dal 1802 al 1812, aumentò progressivamente la propria forza effettiva, galoppando sempre all’immediato seguito dell’Imperatore.

Nella disastrosa Campagna di Russia, non meno di 500 valorosi “chasseurs” restarono su quei desolati campi.

  • Dal 1805 al 1807 sempre al seguito del Grande Còrso (anche se, in occasione della Battaglia di Jena-Auerstadt, il servizio di vigilanza ravvicinata all’incolumità di Napoleone, fu assicurato dal 7° Ussari);
  • 1808: nell’assolata Spagna ed in linea alla Battaglia di Benevente;
  • 1809: inquadrati nell’ “Armèe d’Allemagne” e, pur non essendovi costretti, in azione nello scontro di Wagram;
  • 1811 – 1812: il reggimento enuclea un distaccamento in Spagna;
  • 1812: con il grosso dell’esercito, si distingue nella Battaglia di Malojaroslavets (che Luca Ratti, nel suo splendido volume dedicato all’evento, intitolato “RUSSIA 1812 – MALOJAROSLAVETS, LA BATTAGLIA DEGLI ITALIANI”, ha giustamente classificato come, appunto, “la battaglia degli Italiani”, riferendosi all’eroismo puro dei nostri connazionali al seguito dell’ Armèe, in quell’epico scontro di cui tanta storiografia sembra essere ingiustamente pressoché immemore);
  • 1813: sempre in prima linea con l’Armèe nei principali fatti d’arme (come Reichenbach, Dresda, Lipsia, Weimar ed Hanau);
  • 1814: al galoppo a Chateau-Thierry, Craonne e Velancourt;
  • 1815: anche gli “Chasseurs a Cheval de la Garde Imperiale” nella polvere e nel fuoco di Waterloo…i più fidi custodi della persona di Napoleone, furono definitivamente disciolti tra l’ottobre ed il novembre di quell’anno a Perigneux.

Nel 1806, il Comandante supremo dei Cacciatori a Cavallo della Guardia era il Principe Eugene de Beauharnais, il Colonnello Dahlmann ne era il comandante in seconda ed il Colonnello Guyot era il “Major du Regiment”.

Nel 1813, il Principe Eugenio era di già stato sostituito da Lefebvre-Desnouettes (imparentato per matrimonio con Napoleone e che, tra l’altro, aveva proposto l’adozione di un pennacchio interamente scarlatto in luogo del tradizionale verde con punta scarlatta…progetto subito abortito) mentre il barone Guyot (frattanto promosso al grado superiore), ne era il comandante in seconda.

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