Una finestra aperta sulla «grande époque»

L’Aigle dans la neige

L’Aigle dans la neige

L’Aigle dans la neige

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

L’Aigle dans la neige

Olio su tela, cm. 40 x 30 (collezione dell’autore)

Ho dipinto questa piccola tela reinterpretando, dal punto di vista paesaggistico-meteorologico, un particolare di uno splendido e grande quadro di Jean Louis Ernest Meissonier (il grande pittore francese, maestro di Jean Baptiste Edouard Detaille, 21 febbraio 1815 – 31 gennaio 1891), raffigurante l’Imperatore a cavallo, con il suo Stato Maggiore, intento all’osservazione del Campo di Battaglia di Jena.

Ho dunque rappresentato l’Imperatore, in sella ad un poderoso “grigio” (che potrebbe tranquillamente essere “Marengo”, la sua cavalcatura nella sfortunata giornata di Waterloo), su un tratto di pianoro innevato, dove l’originale, soffice e intonso candore del manto nevoso, è stato in precedenza compromesso dal passaggio di uomini, cavalli e qualche piccolo carriaggio. Il periodo potrebbe essere collocato nel corso della dura Campagna d’Inverno del 1806 – 1807.

A pochi passi da Napoleone, il pianoro discende in un declivio, in un avvallamento che, poi, risale in una ripida impettata, sulla cui cresta, dalla densa e bassa nebbiolina, emerge la sfumata forma di una moltitudine di spogli alberi di piccolo fusto.

La giornata è certamente fredda e umida, neve e fanghiglia sono ghiacciate e il tutto è reso quasi romanticamente evanescente, dalle sottili striature di una uniforme foschia che, in simili contesti, non è infrequente vedersi elevare a pochi palmi dal suolo.

L’Imperatore, che appare provato e pensieroso, indossa, sopra l’habit a la chasseur (di cui si scorge la falda sinistra verde medio con filettature scarlatte e fregi di corno da caccia in oro profilati in scarlatto), il suo caratteristico e disadorno cappotto grigio, da cui spunta il sottile fodero in cuoio nero, con fornimento finale in rame dorato, del suo epée de ville (spadino da città), mentre in testa porta uno dei numerosissimi e tipici bicorni in feltro nero, con coccarda tricolore fissata tramite fascette a “V” con bottoncino in rame (pare ne abbia posseduti 120, si dice li cambiasse di frequente, acquistandone 4 all’anno e, prima di utilizzarli, li faceva portare dai suoi valletti per ammorbidirli. Alcuni andarono perduti durante le campagne di guerra e, ad oggi, se ne contano 19, quasi tutti proprietà di musei).

Dalla mano sinistra, che regge le redini (lasciate lunghe), mentre la destra si percepisce poggiata sullo stomaco dentro un’apertura del cappotto, spunta un sottile frustino (che, nella bellissima tela di Ernest Meissonier intitolata “La Campagne de France”, impugna invece con la destra).

La bardatura del cavallo, sembra essere quella da generale, con testiera e briglia (redini di morso, filetto e barbozzale) regolamentari, ancorchè con fibbie in argento anziché in rame dorato, leverismi in ferro, coprifonde a doppio chaperon in tessuto scarlatto pesantemente gallonato in oro e shabraque in tessuto scarlatto, ma con triplo e non doppio galloncino in oro, a sottili costicine.

Le fonde delle pistole, fissate sotto l’arcione della sella, sono in cuoio naturale con pesante puntale in argento.

Ai piedi calza stivali da cavalleria pesante, con para ginocchio (quasi certamente del tipo semi-rigido) e speroni in ferro, fissati mediante cinghietta con passante sotto scarpa.

Poco avanti all’allora arbitro dei destini d’Europa, lasciatosi alle spalle un albero cresciuto proprio al limitare del pianoro, appena imboccato il pendio e parzialmente velato dalla bassa e densa bruma nebbiosa, è visibile uno dei 4 chasseurs a cheval dello “Squadrone di Servizio e Scorta”che garantivano la difesa ravvicinata della persona dell’Imperatore e che, ovunque egli sostasse, ancorchè brevissimamente, si andavano immediatamente a disporre poco distante da lui, secondo le 4 direzioni cardinali, con la carabina “in caccia”.

L’uomo, in sella alla sua cavalcatura dal manto sauro (come prevedeva, fin quando e laddove possibile, il regolamento per i “Chasseurs a Cheval” e i “Dragons de la Garde”), è abbigliato ed armato secondo l’alta tenuta di servizio “alla ussara”:

ampio colbacco in pelo d’orso, sormontato da vistoso pennacchio verde medio con punta scarlatta, sottogola guarnito da sottile catenella in rame dorato, ampia fiamma scarlatta con passamanerie, fiocchetto e filettature ocra gialla-aurore;
pelisse scarlatta, con fourrure nera, alamari, cordoni e passamanerie in ocra gialla-aurore, 5 file da 18 bottoncini semisferici in rame-ottone;
dolman verde medio, con paramani scarlatti, passamanerie, alamari e filettature ocra gialla-aurore, bandoliera e rangona con moschettone in cuoio tinto bianco, giberna in cuoio nero con fregio ad aquila coronata in ottone sulla patta;
calzoni da cavallo in tessuto color ocra chiara;
stivali all’ungherese, con gallone al bordo e fiocchetto ocra gialla-aurore e sperone in rame-ottone fissato al tacco.
L’armamento è costituito dal moschetto da cavalleria leggera mod. 1786 con relativa baionetta, coppia di pistole alloggiate nelle fonde fissate sotto l’arcione della sella, sciabola ricurva da cavalleria leggera per la Guardia, con elsa a staffa, impugnatura costolata in rame, fodero in rame-ottone con fornimenti in cuoio nero appesa, come la sabretache, al cinturino in cuoio bianco, tramite cinghie e pendagli pure in cuoio bianco, regolabili con fibbie

Il cavallo è bardato con ampia gualdrappa in tessuto verde medio, gallonata in ocra gialla-aurore e profilata in scarlatto, guarnita con fregi di aquila coronata in ocra gialla-aurore ai vertici posteriori, staffili in cuoio bianco e staffe in ferro a vaga forma di cuore rovesciato (foggia comune, indipendentemente dal materiale di realizzazione, a tutta la cavalleria leggera).

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