Una finestra aperta sulla «grande époque»

01 Guardia Imperiale

Il “principio dell’assimilazione”

Apres le feu et le galop

Apres le feu et le galop, cannoniere dell’artiglieria a cavallo della guardia (Stefano Manni di Torre Maina)

La Guardia Imperiale, nata di già come nucleo elitario, divenne, ben presto, una sorta di esercito a parte nell’ambito della oceanica Grande Armée, con le sue unità di Cavalleria, Artiglieria, Fanteria, Genio ecc. Anche la Marina Napoleonica imbarcava unità della Guardia.

L’Imperatore si interessava personalmente a tutto ciò che riguardava la Guardia e si dice che Egli stesso desse il “placet” per promozioni, avanzamenti e variazioni matricolari e di status.

Pur provenendo il Grande Còrso dai ranghi dell’Artiglieria, Egli ha sempre attribuito enorme importanza al ruolo ed alla funzione della Cavalleria, considerandola il suo vero braccio mobile di comando.

Hommes du Colonel Lepic

Hommes du Colonel Lepic

Non ci è dato di sapere con certezza quale valore Napoleone attribuisse alla cultura ed all’istruzione dei suoi uomini, ma più di una fonte riferisce che, a suo avviso, la Cavalleria doveva essere un’arma intelligente e, dunque, con ufficiali, sottufficiali e soldati generalmente più istruiti rispetto ai colleghi delle altre armi e specialità…ciò, a maggior ragione, riguardo la Cavalleria della Guardia.

In generale va detto che la Cavalleria della Guardia veniva impiegata secondo le medesime modalità tattiche delle altre unità della stessa arma della Grande Armée ma, come per le altre compagini della Guardia, rispetto alla Linea si applicava il cosiddetto “principio dell’assimilazione”, disposizione diretta di Napoleone, in virtù della quale chiunque dalla Guardia transitasse nella Linea, certamente senza demerito, avrebbe rivestito il grado immediatamente superiore (pur con qualche aggiustamento o caso particolare).

Vieux sabre, honneur du Capitaine

Vieux sabre, honneur du Capitaine

In base all’assimilazione, dunque, potremmo così riepilogare i gradi nella Guardia e nella Linea:

  • Soldato nella Guardia = Caporale nella Linea;
  • Caporale nella Guardia = Sergente nella Linea;
  • Sergente nella Guardia = Aiutante Sottufficiale nella Linea;
  • Sergente Maggiore nella Guardia = Sottotenente nella Linea;
  • Tenente in seconda nella Guardia = Tenente nella Linea;
  • Tenente in prima nella Guardia = Capitano nella Linea;
  • Capitano nella Guardia = Comandante / Vice Comandante di Battaglione nella Linea;
  • Maggiore nella Guardia = Tenente Colonnello / Colonnello nella Linea.

Qui di seguito, invece, la corrispondenza dei gradi tra Cavalleria e Fanteria:

  • Brigadiere in Cavalleria = Caporale in Fanteria;
  • Maresciallo di Logistica in Cavalleria = Sergente in Fanteria;
  • Maresciallo di Logistica Capo in Cavalleria = Sergente Maggiore in Fanteria;
  • Comandante di Squadrone in Cavalleria = Comandante di Battaglione in Fanteria.

Fonte bibliografica : Collana “Histoire et Collections” – Officers et Soldats – La Garde Imperiale 2. Les Troupes a Cheval, 1804 – 1815 par André Jouineau et Jean Marie Mongin – libera traduzione integrata di Stefano Manni (di Torre Maina)

Annunci

Video

Dernier carré de la Garde à Waterloo: “La Garde meurt mais ne se rend pas!”


La giberne perdue

La giberne perdue

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

La giberne perdue

Ufficiale subalterno dei Dragoni della Guardia Imperiale (Dragons de l’Imperatrice), uniforme da campagna fine 1813 – 1814 Campagna di Sassonia-Baviera, Tributo a Lucien Rousselot, omaggio a Jean Baptiste Edouard Detaille e memoria di Louis Michel Letort. Olio su tela cm. 50 x 30.

Per i dettagli uniformologici ed iconografici di questa tela, rimando al mio precedente lavoro dal titolo Avec son trompette, naturalmente nei termini di quanto afferisce il rango dell’uomo ritratto.

Come desumibile dalle cromie del paesaggio, siamo al termine di una tersa giornata autunnale ed una certa brezza spira dalla destra di chi guarda l’immagine, muovendo il crine del cavallo (che pure risente dei sussulti dovuti al momento del passaggio dal trotto al passo, in conseguenza de tiro a se delle (altro…)


Immagine

Dessin-etude preparatoire

dessin-etude preparatoire 61

dessin-etude preparatoire 61


Vieux sabre, honneur du Capitaine

Vieux sabre, honneur du Capitaine

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Vieux sabre, honneur du Capitaine – Grande Tenue sur sellerie pour service de route

(Vecchia sciabola, onor di Capitano – Alta Tenuta su selleria e bardatura per servizi di marcia o scorta)

Capitano anziano dei Cacciatori a Cavallo della Guardia Imperiale, alta tenuta 1804 – 1808.

Tributo a Lucien Rousselot ed omaggio a Jean Baptiste Edouard Detaille. Olio su tela cm. 50 x 40

Ho dipinto questa tela (adottando la soluzione pittorica del mezzobusto a cavallo sfumato al basso), nella quale l’uniforme indossata dalla figura in primo piano (“Grande Tenue”), è in disaccordo con la bardatura del cavallo (“Sellerie  a la chasseur / pour service de route”).

Per dirimere la questione, e prima di passare alla disamina degli aspetti iconografici del lavoro, possiamo senz’altro ipotizzare che il nostro capitano, reduce da un impegno che prevedeva l’alta tenuta (quale un servizio di rappresentanza, un picchetto d’onore o altra similare esigenza), dovesse immediatamente dopo svolgere un servizio di natura più ordinaria (come una scorta o una pattuglia a cavallo).

L’uomo, dunque, terminata la prima incombenza, si sarà attardato per qualche motivo (magari “galante”, cosa non rara tra i coraggiosi gentiluomini in forza alla cavalleria francese dell’epoca) e, mentre il suo fido attendente si è dato da fare per fargli trovare il cavallo regolarmente equipaggiato per quella successiva, egli non ha avuto il tempo materiale di cambiarsi d’abito e di adeguarsi alla tenuta detta “Tenue en habit a la  Chasseur” indossata, invece, (altro…)


Vieux sabre, honneur du Capitaine – dessin-etude preparatoire

Vieux sabre, honneur du Capitaine - dessin-etude preparatoire

Vieux sabre, honneur du Capitaine – dessin-etude preparatoire


Hommes du Colonel Lepic

Hommes du Colonel Lepic

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Hommes du Colonel Lepic

Ufficiale, trombettiere e granatieri a cavallo della Guardia, Campagna d’Inverno 1806 – 1807. Tributo ad Edouard Detaille ed omaggio a Giampiero Montanari – Olio su tela, cm. 40 x 30

La scena che ho voluto rappresentare, è cronologicamente riconducibile ad una delle cruente scaramucce che precedettero l’immane scontro di Eylau (8 febbraio 1807, una cui sintesi ho riportato nelle note a commento del quadro intitolato “Il giorno dopo”)…siamo in piena “Campagna d’Inverno” e la neve ha più volte ed abbondantemente imbiancato ed ovattato i pittoreschi paesaggi di quelle lande che si trovavano tra la Prussia orientale e la Polonia.

Per situare e circostanziare l’immagine, come d’uso, tenterò di dare un sintetico inquadramento storico avvalendomi, tra le altre preziose fonti, anche dei saggi di David G. Chandler, delle pubblicazioni della Edizioni “del Prado” – “Osprey Publishing”, del bellissimo libro di Andrea Frediani dal titolo “Le grandi battaglie di Napoleone”, della Collana “Histoire & Collection – La Garde Imperiale – Les Troupes a Cheval 1804 – 1815” e dell’avvincente saggio del Professor Barbero dal titolo “La battaglia – storia di Waterloo”.

Al termine di quella che potremmo certamente chiamare una “blitzkrieg” ante-litteram contro la Prussia, con le decisive vittorie francesi di Jena ed Auerstadt (14 ottobre 1806), l’Imperatore avrebbe potuto militarmente bearsi al pensiero di avere non solo sconfitto duramente l’esercito prussiano ma, addirittura, di averlo annientato ed annichilito (il mastodontico e leggendario inseguimento perpetrato dalla cavalleria di Murat ai danni delle migliaia di sbandati e la mazzata inferta da Bernadotte il 17 ottobre 1806, erano colpi dai quali non sembrava proprio che l’armata prussiana fosse in grado di risollevarsi).

Il 7 novembre, poi, aveva dovuto arrendersi persino il vecchio, imbronciato e malmostoso Blucher (allora già 63enne…un’icona per ogni prussiano in uniforme e forse anche senza), il cui odio personale per Napoleone (che nel giorno di Waterloo era già da tempo una sorta di leggenda europea), pare affondasse le sue radici in quella occasione. In buona sostanza, questa poderosa spallata Napoleonica, era costata ai prussiani circa 20.000 tra morti e feriti e 140.000 prigionieri.

Il re Federico Guglielmo però, in ossequio ai canoni di granitica e teutonica determinazione, dal rifugio presso Konigsberg, dove era riparato con la corte, disprezzò e respinse le profferte di pace dell’Imperatore che, assieme ad altri assillanti pensieri, aveva anche quello dei circa 15.000 prussiani superstiti del Generale L’Estocq (gente che si trovava nella Prussia orientale e che, per fortunata e provvidenziale coincidenza, era, fino ad allora, sfuggita alle sciabole ed ai moschetti francesi e pare avesse ancora una discreta capacità operativa).
Tra le pressanti preoccupazioni che turbavano i riposi di Buonaparte, cui accennavo poc’anzi, c’erano anche e soprattutto, l’esercito dello Zar, pronto a mettere ben più che un bastone tra le ruote alle mire espansionistiche del Grande Corso e “l’ennemi heréditaire”, la nemica di sempre, l’Inghilterra, che non faceva mistero di finanziare ed incoraggiare qualsivoglia iniziativa in funzione anti-francese.

La bruciante sconfitta della flotta franco-spagnola a Capo Trafalgar (21 ottobre 1805…tra l’altro l’ultima grande battaglia navale tra velieri della storia), pare avesse persuaso l’Imperatore dell’impossibilità di battere la storica nemica sul mare e, dunque, per contrastarla e danneggiarla in qualche modo, bisognava ostacolarne la fiorente attività commerciale.

In tale ottica, da Berlino, ove era trionfalmente entrato, Napoleone promulgò, il 21 novembre, il cosiddetto “Blocco Continentale”…in pratica un severo embargo a tutto il naviglio britannico (o anche non inglese, ma proveniente da porti di sua Maestà), cui era fatto divieto di attracco in porti europei, nell’area di influenza imperiale, così come era vietato, da questi, esportare prodotti del Continente oltre Manica.

Suscitando, forse, più di qualche mugugno, il “Falconiere dell’Aquila Imperiale” era ora deciso ad annientare i russi; schierati in Polonia. Nelle sue intenzioni c’era il progetto di piegare velocemente lo Zar per poter addivenire ad un accordo e, nonostante la stagione invernale ormai abbondantemente in atto lo sconsigliasse, egli decise ugualmente di dare inizio alle operazioni.

Nel rispetto della tradizione di grande mobilità e manovrabilità che la “Grande Armée” si era guadagnata all’insegna del motto in base a cui “tutti devono marciare”, l’Imperatore intendeva entrare in profondità e rapidamente in territorio polacco, per riservare ai russi lo stesso trattamento “lampo” che aveva riservato poco prima ai prussiani.

Tra i motivi degli enormi disagi cui furono sottoposte le comunque resistentissime ed altrettanto motivate truppe francesi nel corso di questa campagna, c’era quello che era sempre stato un po’ il “tallone d’Achille” dell’Armata di Napoleone: la logistica. Fino a quel momento infatti, e con successo, la politica di approvvigionamento della “Grande Armée”, si era pressoché esclusivamente basata sul diretto reperimento risorse sui territori occupati e sul trasporto via carriaggi…questi due elementi cardine, purtroppo, saltarono completamente nel corso della Campagna d’Inverno (o di Polonia), sia per la povertà del territorio, che per il disastroso stato della viabilità, costituita per la quasi totalità, da carrarecce e viottoli che, quando non innevati, erano solo sentieri acquitrinosi e fangosi.

Entrato in Varsavia senza sparare una sola palla, il 28 novembre 1806, Napoleone superò poi la Vistola in cerca dei soldati dello Zar agli ordini del generale Bennigsen i quali, dopo le battaglie di Pultusk e Golymin (26 dicembre), adottarono quella che sarebbe stata più tardi (1812) la loro tattica principale…dileguarsi al calare delle tenebre, costringendo i francesi ad estenuanti inseguimenti. A questo punto della stagione, quasi “obtorto collo”, l’Imperatore dovette dare gli ordini per l’acquartieramento invernale, ma di lì a poco, il miraggio di un po’ di tregua per i provatissimi suoi uomini, svanì a seguito delle manovre di Bennigsen, che tentava di colpire qualche reparto francese che si fosse spinto a bivaccare distante dal grosso. Napoleone reagì rimettendo prontamente in moto la sua poderosa macchina militare e, dopo una serie di cruenti combattimenti preliminari, si giunse al già citato grande e sanguinosissimo scontro di Eylau. La leggenda si è impadronita di molti episodi legati a questa battaglia, e pare che l’Imperatore stesso che, come ho già avuto modo di riportare, la definì “un inutile macello”, abbia scritto, in una lettera alla Contessa Maria Valewska, vergata probabilmente sui resti fumanti di un qualche vagone munizioni e tra l’acre odore degli ultimi focolai residuo degli scontri, parole il cui senso potrebbe essere questo: “è una vittoria…che ha il sapore amaro di una sconfitta”.

Nella mia tela, una formazione di Grenadiers a Cheval della Guardia si appresta a caricare all’inizio di una di quelle violente scaramucce che, come detto, precedettero la giornata dell’8 febbraio 1807. Ha appena smesso di scendere una fina e fitta neve…di quelle che lasciano abbondanti “spolverature” bianche sugli indumenti e, dalla quantità e posizione del deposito, si intuisce che la compagine è rimasta per un po’ esposta ad un vento che, mentre nevicava, spirava dalla destra dello schieramento.

A tutti gli effettivi ho fatto indossare, sull’uniforme da campagna, il mantello regolamentare (blu scuro per gli ufficiali e sottufficiali, con mantellina guarnita al bordo da gallone dorato per i primi, celeste per il trombettiere e biancastro (impercettibilmente intessuto di fibre blu) con colletto blu scuro per i granatieri), tutti con saia interna scarlatta. In merito a questo effetto, mentre sembra certo che ai cavalleggeri della specialità sia stato distribuito, a partire dal 1813, un modello di “manteau-capote” provvisto di maniche ed ampia mantellina guarnita da 6 brandeburghesi in lana aurore, non si ha menzione di alcun tipo di manteau-capote per i trombettieri ed i musicanti, nel cui guardaroba sarebbe, dunque, rimasto sempre e solo il mantello qui rappresentato. Anche se l’arma lunga faceva normalmente parte dell’equipaggiamento, dato l’abbigliamento rappresentato, è lecito supporre che i quadri del reparto abbiano disposto che gli uomini agiscano armati delle sole pistole e della sciabola, lasciando i moschetti, di difficile trasporto ed utilizzo col mantello, presso il bivacco (anche se la cinghia di un moschetto fa capolino davanti al ginocchio destro del granatiere dietro il trombettiere). A conforto di ciò, va precisato che, ove possibile, le colonne di cavalleria erano precedute da “tirailleurs” la cui azione era tesa ad aprire la strada scompaginando le linee nemiche e creando le condizioni per il successo della carica durante la quale, le armi più impiegate, erano appunto pistole e sciabole.

Gli alti e monumentali berrettoni in pelo d’orso, con imperiale scarlatto e croce aurore (oro per gli ufficiali, come le altre guarnizioni del celebre copricapo), sottolineano la marzialità di questi cavalieri, rispettati ed ammirati nell’intero esercito e, perfino, all’interno degli elitari ranghi della Guardia (pare che l’aria di perenne, flemmatico e superiore distacco, avesse loro valso, con una punta di affettuosa invidia, il soprannome di “dei o giganti dai grossi tacchi”…e non erano certo gli unici a calzare i famosi stivali alti con elemento para-ginocchio.
I capelli incipriati e raccolti in un codino, tramite uno stretto nastrino di tessuto nero, rimasero a lungo una delle caratteristiche principali degli effettivi e, ancora sul campo di Waterloo, sembra che qualcuno di questi gentiluomini sfoggiasse tale tipo di acconciatura). Questi loro vistosi copricapo, sono un tipico esempio di come, nell’esercito francese di allora, i regolamenti (soprattutto nei reparti di cavalleria) fossero materia poco letta e, comunque, certamente poco seguita…essi, infatti, prevedevano, per il berrettone, un’altezza massima di 318 millimetri, ma rarissimamente se ne trovavano esemplari di altezza inferiore ai 350. C’erano anche materiali particolari, (come gli stivali da passeggio, a mezzo polpaccio di foggia “all’ungherese”, simili a quelli in uso alla cavalleria leggera, non “di commissariato”, per così dire), che venivano comperati al commercio a spese del singolo.

Requisiti per poter aspirare ad entrare nei ranghi, erano altezza non inferiore a 176 cm., 2 lustri di onorato servizio, partecipazione attiva a minimo 4 campagne e aver ricevuto almeno 1 menzione per il particolare coraggio dimostrato. Caratteristiche dell’unità, finché fu possibile soddisfare tali requisiti, erano le possenti cavalcature dal mantello morello o baio-scuro (con eccezione, ovviamente, dei trombettieri e dei musicanti che, come tradizione in tutti i corpi di cavalleria, tendevano a montare animali grigi).

La cavalleria pesante della Guardia seguiva, di norma, la stessa tattica di impiego di quella di linea…tutti erano mediamente in grado di gestire un cavallo nelle varie situazioni tuttavia, per ridurre al minimo gli “incidenti non dovuti al fuoco nemico”, pare si cercasse di fornire i reggimenti della Guardia, di cavalli “di buon carattere”. Tra i fattori di successo, c’era senz’altro la coesione e l’abitudine ad agire insieme e, per questo, era molto importante la presenza di sottufficiali esperti o militari anziani con lunga esperienza.

Notevoli, per l’ufficiale, i calzoni da campagna in tessuto blu scuro, mentre in analoghe circostanze, sottufficiali e truppa tendevano a servirsi di pantaloni in robusto tessuto grigio rinforzati (cuciti ai lati esterni o chiusi da bottoni d’osso ricoperti nello stesso materiale e colore). Il trombettiere ed i commilitoni, però, sembrano, anche in questa congiuntura, aver optato per i più conosciuti pantaloni in pelle di pecora chiari, anch’essi di previsto utilizzo in campagna (calzoni in pelle di daino, sempre chiari, erano normalmente riservati all’alta uniforme). Verso il 1808, all’interno del dischetto blu della coccardina fissata sul lato sinistro del berrettone, pare venisse applicata una piccola Aquila Imperiale (oro o aurore a seconda del rango), mentre, con l’alta tenuta, il copricapo si arricchiva di un alto e sgargiante pennacchio scarlatto oltre a cordoni intrecciati, fiocco e racchette (anch’essi oro o aurore a seconda della categoria di appartenenza dell’uomo).

Tutti hanno di già sguainato le lunghe lame leggermente ricurve dall’elaborata ed elegante elsa, recante un fregio di granata incastonato tra i rami anteriori della guardia (si noti come il trombettiere, pronto a suonare la carica, preveda a breve, dopo l’uso dello strumento, di doversi anch’egli affidare al freddo acciaio ed abbia, quindi, preventivamente assicurato la sciabola al polso destro tramite la dragona). L’ufficiale, in particolare, sembra impugnare una sciabola da truppa; l’elsa della sua lama (quest’ultima generalmente, anche se non sempre, azzurrata e guarnita in oro nel primo terzo) infatti, avrebbe dovuto essere una “Garde de Bataille” praticamente identica a quella adottata dai colleghi dei corazzieri e dei dragoni…probabilmente, nel sanguinoso turbillon degli scontri, il nostro gentiluomo deve essersi trovato sprovvisto della sua bell’arma bianca e, perduta quella ma non la vita, avrà provveduto all’immediato reperimento sul campo di una sciabola di qualcuno dei suoi uomini eroicamente caduto, forse proprio per salvarlo…e che avrà tenuto per conservarne e venerarne la memoria.

Il fregio di granata è presente anche alle estremità posteriori delle gualdrappe ma, dal 1808, sarà sostituito da una corona.

Dal 1800 al 17 maggio 1804, l’unità portò il nome di “Granatieri a Cavallo della Guardia Consolare” per assumere, il giorno successivo, quello di “Granatieri a Cavallo della Guardia Imperiale”. Legatissimo alla persona dell’Imperatore ed alle sue vicende, questo glorioso reparto attraverserà con onore la tumultuosa “Grande Epoque” per sparire, poi, definitivamente, il 25 novembre 1815.
Dopo la sfortunata avventura in Russia, che costò anche ai Granatieri a Cavallo un elevatissimo tributo in vite umane ed equine (pare siano rientrati in Patria non più di 120 uomini), il reggimento fu riorganizzato e, nel 1813, una compagnia si componeva di:

– 1 Capitano (Comandante);
– 2 Tenenti in prima;
– 2 Tenenti in seconda;
– 1 Marechal des Logis Chef;
– 6 Marescialli (Marechal des Logis);
– 1 Sergente o Sergente Maggiore Furiere (Fourrier);
– 10 tra Caporal Maggiori e Caporali (Brigadiers);
– 2 Marescialli maniscalchi;
– 3 Trombettieri;
– 96 Granatieri a Cavallo.

I Grenadiers a Cheval de la Garde si comportarono meravigliosamente ad Austerlitz ma l’iconografia ce li tramanda soprattutto sui campi della Campagna d’Inverno ed, in particolare, ad Eylau.

Tra i nomi celebri di questa unità, uno su tutti: il Colonnello Lepic che proprio ad Eylau (episodio immortalato anche in una splendida tela di Jean Baptiste Edouard Detaille), esortò i propri uomini che, schierati a cavallo pronti alla carica chinavano la testa per darsi una parvenza di riparo dalle pallottole russe, con questa frase rimasta celebre: “Su le teste!…la mitraglia non è merda”!

Chiudo con una curiosità: nel 1814, il restaurato governo monarchico, tentò di trasformare i Grenadiers a Cheval in corazzieri (della Guardia) ma, nel precipitare temporale degli eventi furono in pratica approvvigionate le tuniche di taglio analogo e quelle dei corazzieri (calzoni e stivali alti erano già in dotazione) mentre non giunsero in tempo corpetti ed elmi e, dunque, le circostanze ce li hanno tramandati con quella che dovette essere una soluzione “a metà” (corazzieri dalla vita in giù…granatieri dalla vita in su) ma con la quale sono entrati nella leggenda e, credo, anche nel cuore di molti.


Etude

Etude

Etude

Stefano Manni

Etude

Studio per lanciere polacco della Guardia imperiale

Matite su carta, collezione privata


Legion d’Honneur

Legion d’Honneur

Legion d’Honneur

Stefano Manni

Legion d’Honneur

Ufficiale dei Dragoni dell’Imperatrice, alta tenuta verso la metà del 1806

Un decreto imperiale, datato 15 aprile 1806, stabilì la creazione di un reggimento di dragoni in seno alla Guardia Imperiale che, l’anno successivo, fu intitolato ad una madrina d’eccezione: l’imperatrice. Da allora l’unità fu nota come “Regiment de Dragons de l’Imperatrice

Inizialmente costituito da 2 squadroni di veterani ed uno di veliti, nel gennaio del 1812 l’unità era formata da 5 squadroni.

All’atto della creazione del reggimento, fu disposto che, (altro…)


Lancier polonais

m-048-20170201-c1-col-cont-fortStefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Lancier polonais

Lanciere polacco della Guardia, grande tenuta 1809 – 1814

I lancieri polacchi furono il primo dei reggimenti di cavalleria leggera, interamente stranieri, ammessi all’onore della Guardia Imperiale. L’unità fu costituita nel 1807 con effettivi la cui età poteva variare tra i 18 ai 45 anni, che provenivano dalla classe agiata della società polacca, generalmente dalla casta dei latifondisti; dovevano, infatti, essere in grado di provvedere in proprio a munirsi di cavalcatura, esserne esperti nella monta e sostenere le spese relative all’acquisto del costoso equipaggiamento ed armamento. Il reggimento si distinse particolarmente in quella che è passata alla storia come “Guerra Peninsulare” spagnola, mettendosi  in particolare luce con l’ incontenibile carica di (altro…)