Una finestra aperta sulla «grande époque»

01 Guardia Imperiale

L’Aigle dans la neige

L’Aigle dans la neige
L’Aigle dans la neige

L’Aigle dans la neige

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

L’Aigle dans la neige

Olio su tela, cm. 40 x 30 (collezione dell’autore)

Ho dipinto questa piccola tela reinterpretando, dal punto di vista paesaggistico-meteorologico, un particolare di uno splendido e grande quadro di Jean Louis Ernest Meissonier (il grande pittore francese, maestro di Jean Baptiste Edouard Detaille, 21 febbraio 1815 – 31 gennaio 1891), raffigurante l’Imperatore a cavallo, con il suo Stato Maggiore, intento all’osservazione del Campo di Battaglia di Jena.

Ho dunque rappresentato l’Imperatore, in sella ad un (altro…)


Bianche Criniere

Bianche Criniere

Bianche Criniere

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Bianche Criniere

Caporale Furiere Trombettiere delle Batterie a Cavallo “Voloire”

Uniforme di Servizio primaverile mod. 1887, conforme ai Regolamenti datati 12 novembre 1874. Pastelli e Olio su carta spolvero, cm. 33 x 48 (collezione privata).

Ho eseguito questo lavoro a tecnica mista in omaggio ai (altro…)


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Igne celerrime diruo

Reggimento Artiglieria Celere «Principe Eugenio di Savoia» (1°)
Reggimento Artiglieria Celere «Principe Eugenio di Savoia» (1°)

Reggimento Artiglieria Celere «Principe Eugenio di Savoia» (1°)

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

“Igne celerrime diruo”

Stemma e motto araldici del Reggimento Artiglieria Celere «Principe Eugenio di Savoia» (1°). Pastelli misti su carta spolvero, cm. 35 x 24, collezione privata.

Questo reparto «Volòire» fu uno dei tre reggimenti di artiglieria motorizzata per Divisione Celere gemmati dallo scioglimento del Reggimento Artiglieria a Cavallo nell’ottobre del 1934.

Il «Primo Articelere» ebbe sede a Pordenone. Prese parte dal febbraio 1941 alle operazioni sul Fronte libico con i suoi gruppi motorizzati. Nel giugno del 1941 perse il gruppo a cavallo, che confluì a ricostituire, unitamente ai gruppi a cavallo degli altri «articeleri», il Reggimento Artiglieria a Cavallo (3°) in approntamento per la Campagna di Russia.

Fu ufficialmente disciolto per eventi bellici il 27 novembre 1942. (altro…)


Le Roland de l’Armée

Le Roland de l'Armée
Le Roland de l'Armée

Le Roland de l’Armée

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Le Roland de l’Armée

Portrait, en Grand Bicorne, de Jean Lannes, Prince de Siewierz, Duc de Montebello et Marechal de l’Empire – Lectoure, 10 avril 1769 – Ebersdorf, 31 mai 1809, inspiré par une peinture signé Julie Volpeliere (d’après Gérard).

“L’Orlando dell’Armata”- Ritratto, in Grande Bicorno, di Jean Lannes, Principe di Siewierz, Duca di Montebello e Maresciallo dell’Impero – Lectoure 10 aprile 1769 – Ebersdorf, 31 maggio 1809, ispirato al ritratto del maresciallo firmato Julie Volpeliere (da Gérard).
Omaggio a Francois Gérard, Julie Volpeliere, Ernest Meissonier, Jean Baptiste Edouard Detaille e Lucien Rousselot – ossequio a David G. Chandler ed al Professor Donald D. Horward – olio su tela cm. 30 x 24, collezione dell’autore.

Ho dipinto quest’altra piccola tela, con grande emozione, nell’ammirato e deferente ricordo di una delle più emblematiche e sfolgoranti figure, nella numerosa compagine di Uomini e Soldati, che servirono l’Imperatore.

Jean Lannes vide la luce, secondogenito dei 4 maschi ed una femmina di un contadino guascone, il (altro…)


Petit bivouac de l’Empereur

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Petit bivouac de l'Empereur
Petit bivouac de l’Empereur

“Petit bivouac de l’Empereur” – l’Empereur en habit a la chasseur et capote

Olio su tela, cm 30 x 13, collezione dell’autore.

Questa piccolissima tela, che nasce da una rivisitazione e re-interpretazione di un bellissimo lavoro del 1888 di Ernest Crofts (il valente pittore inglese 1847 – 1911, contemporaneo di Edouard Detaille, nato e morto un anno prima rispetto al grande Maestro francese), rappresenta l’Imperatore al termine di una giornata che, certamente, non è stata priva di tumulti e concitazione.

L’atmosfera e la situazione sono inequivocabilmente quelle di un bivacco, allestito in una porzione del terreno in precedenza occupato dall’avversario (ne sono testimonianza la palla di cannone di piccolo calibro che, dopo l’impatto al suolo, si è fermata in corrispondenza della lieve protuberanza del terreno ed il ferro che un qualche “equino nemico” ha perduto…circostanza tutt’altro che infrequente. All’angolo destro basso dell’immagine si indovina l’orma, che la ruota di un carriaggio ha lasciato sul terreno, residuo che porta ad immaginare una non lontana, fangosa giornata di pioggia).

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Il “principio dell’assimilazione”

Apres le feu et le galop

Apres le feu et le galop, cannoniere dell’artiglieria a cavallo della guardia (Stefano Manni di Torre Maina)

La Guardia Imperiale, nata di già come nucleo elitario, divenne, ben presto, una sorta di esercito a parte nell’ambito della oceanica Grande Armée, con le sue unità di Cavalleria, Artiglieria, Fanteria, Genio ecc. Anche la Marina Napoleonica imbarcava unità della Guardia.

L’Imperatore si interessava personalmente a tutto ciò che riguardava la Guardia e si dice che Egli stesso desse il “placet” per promozioni, avanzamenti e variazioni matricolari e di status.

Pur provenendo il Grande Còrso dai ranghi dell’Artiglieria, Egli ha sempre attribuito enorme importanza al ruolo ed alla funzione della Cavalleria, considerandola il suo vero braccio mobile di comando.

Hommes du Colonel Lepic

Hommes du Colonel Lepic

Non ci è dato di sapere con certezza quale valore Napoleone attribuisse alla cultura ed all’istruzione dei suoi uomini, ma più di una fonte riferisce che, a suo avviso, la Cavalleria doveva essere un’arma intelligente e, dunque, con ufficiali, sottufficiali e soldati generalmente più istruiti rispetto ai colleghi delle altre armi e specialità…ciò, a maggior ragione, riguardo la Cavalleria della Guardia.

In generale va detto che la Cavalleria della Guardia veniva impiegata secondo le medesime modalità tattiche delle altre unità della stessa arma della Grande Armée ma, come per le altre compagini della Guardia, rispetto alla Linea si applicava il cosiddetto “principio dell’assimilazione”, disposizione diretta di Napoleone, in virtù della quale chiunque dalla Guardia transitasse nella Linea, certamente senza demerito, avrebbe rivestito il grado immediatamente superiore (pur con qualche aggiustamento o caso particolare).

Vieux sabre, honneur du Capitaine

Vieux sabre, honneur du Capitaine

In base all’assimilazione, dunque, potremmo così riepilogare i gradi nella Guardia e nella Linea:

  • Soldato nella Guardia = Caporale nella Linea;
  • Caporale nella Guardia = Sergente nella Linea;
  • Sergente nella Guardia = Aiutante Sottufficiale nella Linea;
  • Sergente Maggiore nella Guardia = Sottotenente nella Linea;
  • Tenente in seconda nella Guardia = Tenente nella Linea;
  • Tenente in prima nella Guardia = Capitano nella Linea;
  • Capitano nella Guardia = Comandante / Vice Comandante di Battaglione nella Linea;
  • Maggiore nella Guardia = Tenente Colonnello / Colonnello nella Linea.

Qui di seguito, invece, la corrispondenza dei gradi tra Cavalleria e Fanteria:

  • Brigadiere in Cavalleria = Caporale in Fanteria;
  • Maresciallo di Logistica in Cavalleria = Sergente in Fanteria;
  • Maresciallo di Logistica Capo in Cavalleria = Sergente Maggiore in Fanteria;
  • Comandante di Squadrone in Cavalleria = Comandante di Battaglione in Fanteria.

Fonte bibliografica : Collana “Histoire et Collections” – Officers et Soldats – La Garde Imperiale 2. Les Troupes a Cheval, 1804 – 1815 par André Jouineau et Jean Marie Mongin – libera traduzione integrata di Stefano Manni (di Torre Maina)


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Dernier carré de la Garde à Waterloo: “La Garde meurt mais ne se rend pas!”


La giberne perdue

La giberne perdue

La giberne perdue

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

La giberne perdue

Ufficiale subalterno dei Dragoni della Guardia Imperiale (Dragons de l’Imperatrice), uniforme da campagna fine 1813 – 1814 Campagna di Sassonia-Baviera, Tributo a Lucien Rousselot, omaggio a Jean Baptiste Edouard Detaille e memoria di Louis Michel Letort. Olio su tela cm. 50 x 30.

Per i dettagli uniformologici ed iconografici di questa tela, rimando al mio precedente lavoro dal titolo Avec son trompette, naturalmente nei termini di quanto afferisce il rango dell’uomo ritratto.

Come desumibile dalle cromie del paesaggio, siamo al termine di una tersa giornata autunnale ed una certa brezza spira dalla destra di chi guarda l’immagine, muovendo il crine del cavallo (che pure risente dei sussulti dovuti al momento del passaggio dal trotto al passo, in conseguenza de tiro a se delle (altro…)


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Dessin-etude preparatoire

dessin-etude preparatoire 61

dessin-etude preparatoire 61


Vieux sabre, honneur du Capitaine

Vieux sabre, honneur du Capitaine

Vieux sabre, honneur du Capitaine

Vieux sabre, honneur du Capitaine

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Vieux sabre, honneur du Capitaine – Grande Tenue sur sellerie pour service de route

(Vecchia sciabola, onor di Capitano – Alta Tenuta su selleria e bardatura per servizi di marcia o scorta)

Capitano anziano dei Cacciatori a Cavallo della Guardia Imperiale, alta tenuta 1804 – 1808.

Tributo a Lucien Rousselot ed omaggio a Jean Baptiste Edouard Detaille. Olio su tela cm. 50 x 40

Ho dipinto questa tela (adottando la soluzione pittorica del mezzobusto a cavallo sfumato al basso), nella quale l’uniforme indossata dalla figura in primo piano (“Grande Tenue”), è in disaccordo con la bardatura del cavallo (“Sellerie  a la chasseur / pour service de route”).

Per dirimere la questione, e prima di passare alla disamina degli aspetti iconografici del lavoro, possiamo senz’altro ipotizzare che il nostro capitano, reduce da un impegno che prevedeva l’alta tenuta (quale un servizio di rappresentanza, un picchetto d’onore o altra similare esigenza), dovesse immediatamente dopo svolgere un servizio di natura più ordinaria (come una scorta o una pattuglia a cavallo).

L’uomo, dunque, terminata la prima incombenza, si sarà attardato per qualche motivo (magari “galante”, cosa non rara tra i coraggiosi gentiluomini in forza alla cavalleria francese dell’epoca) e, mentre il suo fido attendente si è dato da fare per fargli trovare il cavallo regolarmente equipaggiato per quella successiva, egli non ha avuto il tempo materiale di cambiarsi d’abito e di adeguarsi alla tenuta detta “Tenue en habit a la  Chasseur” indossata, invece, (altro…)


Vieux sabre, honneur du Capitaine – dessin-etude preparatoire

Vieux sabre, honneur du Capitaine - dessin-etude preparatoire

Vieux sabre, honneur du Capitaine – dessin-etude preparatoire


Hommes du Colonel Lepic

Hommes du Colonel Lepic

Hommes du Colonel Lepic

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Hommes du Colonel Lepic

Ufficiale, trombettiere e granatieri a cavallo della Guardia, Campagna d’Inverno 1806 – 1807. Tributo ad Edouard Detaille ed omaggio a Giampiero Montanari – Olio su tela, cm. 40 x 30

La scena che ho voluto rappresentare, è cronologicamente riconducibile ad una delle cruente scaramucce che precedettero l’immane scontro di Eylau (8 febbraio 1807, una cui sintesi ho riportato nelle note a commento del quadro intitolato “Il giorno dopo”)…siamo in piena “Campagna d’Inverno” e la neve ha più volte ed abbondantemente imbiancato ed ovattato i pittoreschi paesaggi di quelle lande che si trovavano tra la Prussia orientale e la Polonia.

Per situare e circostanziare l’immagine, come d’uso, tenterò di dare un sintetico inquadramento storico avvalendomi, tra le altre preziose fonti, anche dei saggi di David G. Chandler, delle pubblicazioni della Edizioni “del Prado” – “Osprey Publishing”, del bellissimo libro di Andrea Frediani dal titolo “Le grandi battaglie di Napoleone”, della Collana “Histoire & Collection – La Garde Imperiale – Les Troupes a Cheval 1804 – 1815” e dell’avvincente saggio del Professor Barbero dal titolo “La battaglia – storia di Waterloo”.

Al termine di quella che potremmo certamente chiamare una “blitzkrieg” ante-litteram contro la Prussia, con le decisive vittorie francesi di Jena ed Auerstadt (14 ottobre 1806), l’Imperatore avrebbe potuto militarmente bearsi al pensiero di avere non solo sconfitto duramente l’esercito prussiano ma, addirittura, di averlo annientato ed annichilito (il mastodontico e leggendario inseguimento perpetrato dalla cavalleria di Murat ai danni delle migliaia di sbandati e la mazzata inferta da Bernadotte il 17 ottobre 1806, erano colpi dai quali non sembrava proprio che l’armata prussiana fosse in grado di risollevarsi).

Il 7 novembre, poi, aveva dovuto arrendersi persino il vecchio, imbronciato e malmostoso Blucher (allora già 63enne…un’icona per ogni prussiano in uniforme e forse anche senza), il cui odio personale per Napoleone (che nel giorno di Waterloo era già da tempo una sorta di leggenda europea), pare affondasse le sue radici in quella occasione. In buona sostanza, questa poderosa spallata Napoleonica, era costata ai prussiani circa 20.000 tra morti e feriti e 140.000 prigionieri.

Il re Federico Guglielmo però, in ossequio ai canoni di granitica e teutonica determinazione, dal rifugio presso Konigsberg, dove era riparato con la corte, disprezzò e respinse le profferte di pace dell’Imperatore che, assieme ad altri assillanti pensieri, aveva anche quello dei circa 15.000 prussiani superstiti del Generale L’Estocq (gente che si trovava nella Prussia orientale e che, per fortunata e provvidenziale coincidenza, era, fino ad allora, sfuggita alle sciabole ed ai moschetti francesi e pare avesse ancora una discreta capacità operativa).
Tra le pressanti preoccupazioni che turbavano i riposi di Buonaparte, cui accennavo poc’anzi, c’erano anche e soprattutto, l’esercito dello Zar, pronto a mettere ben più che un bastone tra le ruote alle mire espansionistiche del Grande Corso e “l’ennemi heréditaire”, la nemica di sempre, l’Inghilterra, che non faceva mistero di finanziare ed incoraggiare qualsivoglia iniziativa in funzione anti-francese.

La bruciante sconfitta della flotta franco-spagnola a Capo Trafalgar (21 ottobre 1805…tra l’altro l’ultima grande battaglia navale tra velieri della storia), pare avesse persuaso l’Imperatore dell’impossibilità di battere la storica nemica sul mare e, dunque, per contrastarla e danneggiarla in qualche modo, bisognava ostacolarne la fiorente attività commerciale.

In tale ottica, da Berlino, ove era trionfalmente entrato, Napoleone promulgò, il 21 novembre, il cosiddetto “Blocco Continentale”…in pratica un severo embargo a tutto il naviglio britannico (o anche non inglese, ma proveniente da porti di sua Maestà), cui era fatto divieto di attracco in porti europei, nell’area di influenza imperiale, così come era vietato, da questi, esportare prodotti del Continente oltre Manica.

Suscitando, forse, più di qualche mugugno, il “Falconiere dell’Aquila Imperiale” era ora deciso ad annientare i russi; schierati in Polonia. Nelle sue intenzioni c’era il progetto di piegare velocemente lo Zar per poter addivenire ad un accordo e, nonostante la stagione invernale ormai abbondantemente in atto lo sconsigliasse, egli decise ugualmente di dare inizio alle operazioni.

Nel rispetto della tradizione di grande mobilità e manovrabilità che la “Grande Armée” si era guadagnata all’insegna del motto in base a cui “tutti devono marciare”, l’Imperatore intendeva entrare in profondità e rapidamente in territorio polacco, per riservare ai russi lo stesso trattamento “lampo” che aveva riservato poco prima ai prussiani.

Tra i motivi degli enormi disagi cui furono sottoposte le comunque resistentissime ed altrettanto motivate truppe francesi nel corso di questa campagna, c’era quello che era sempre stato un po’ il “tallone d’Achille” dell’Armata di Napoleone: la logistica. Fino a quel momento infatti, e con successo, la politica di approvvigionamento della “Grande Armée”, si era pressoché esclusivamente basata sul diretto reperimento risorse sui territori occupati e sul trasporto via carriaggi…questi due elementi cardine, purtroppo, saltarono completamente nel corso della Campagna d’Inverno (o di Polonia), sia per la povertà del territorio, che per il disastroso stato della viabilità, costituita per la quasi totalità, da carrarecce e viottoli che, quando non innevati, erano solo sentieri acquitrinosi e fangosi.

Entrato in Varsavia senza sparare una sola palla, il 28 novembre 1806, Napoleone superò poi la Vistola in cerca dei soldati dello Zar agli ordini del generale Bennigsen i quali, dopo le battaglie di Pultusk e Golymin (26 dicembre), adottarono quella che sarebbe stata più tardi (1812) la loro tattica principale…dileguarsi al calare delle tenebre, costringendo i francesi ad estenuanti inseguimenti. A questo punto della stagione, quasi “obtorto collo”, l’Imperatore dovette dare gli ordini per l’acquartieramento invernale, ma di lì a poco, il miraggio di un po’ di tregua per i provatissimi suoi uomini, svanì a seguito delle manovre di Bennigsen, che tentava di colpire qualche reparto francese che si fosse spinto a bivaccare distante dal grosso. Napoleone reagì rimettendo prontamente in moto la sua poderosa macchina militare e, dopo una serie di cruenti combattimenti preliminari, si giunse al già citato grande e sanguinosissimo scontro di Eylau. La leggenda si è impadronita di molti episodi legati a questa battaglia, e pare che l’Imperatore stesso che, come ho già avuto modo di riportare, la definì “un inutile macello”, abbia scritto, in una lettera alla Contessa Maria Valewska, vergata probabilmente sui resti fumanti di un qualche vagone munizioni e tra l’acre odore degli ultimi focolai residuo degli scontri, parole il cui senso potrebbe essere questo: “è una vittoria…che ha il sapore amaro di una sconfitta”.

Nella mia tela, una formazione di Grenadiers a Cheval della Guardia si appresta a caricare all’inizio di una di quelle violente scaramucce che, come detto, precedettero la giornata dell’8 febbraio 1807. Ha appena smesso di scendere una fina e fitta neve…di quelle che lasciano abbondanti “spolverature” bianche sugli indumenti e, dalla quantità e posizione del deposito, si intuisce che la compagine è rimasta per un po’ esposta ad un vento che, mentre nevicava, spirava dalla destra dello schieramento.

A tutti gli effettivi ho fatto indossare, sull’uniforme da campagna, il mantello regolamentare (blu scuro per gli ufficiali e sottufficiali, con mantellina guarnita al bordo da gallone dorato per i primi, celeste per il trombettiere e biancastro (impercettibilmente intessuto di fibre blu) con colletto blu scuro per i granatieri), tutti con saia interna scarlatta. In merito a questo effetto, mentre sembra certo che ai cavalleggeri della specialità sia stato distribuito, a partire dal 1813, un modello di “manteau-capote” provvisto di maniche ed ampia mantellina guarnita da 6 brandeburghesi in lana aurore, non si ha menzione di alcun tipo di manteau-capote per i trombettieri ed i musicanti, nel cui guardaroba sarebbe, dunque, rimasto sempre e solo il mantello qui rappresentato. Anche se l’arma lunga faceva normalmente parte dell’equipaggiamento, dato l’abbigliamento rappresentato, è lecito supporre che i quadri del reparto abbiano disposto che gli uomini agiscano armati delle sole pistole e della sciabola, lasciando i moschetti, di difficile trasporto ed utilizzo col mantello, presso il bivacco (anche se la cinghia di un moschetto fa capolino davanti al ginocchio destro del granatiere dietro il trombettiere). A conforto di ciò, va precisato che, ove possibile, le colonne di cavalleria erano precedute da “tirailleurs” la cui azione era tesa ad aprire la strada scompaginando le linee nemiche e creando le condizioni per il successo della carica durante la quale, le armi più impiegate, erano appunto pistole e sciabole.

Gli alti e monumentali berrettoni in pelo d’orso, con imperiale scarlatto e croce aurore (oro per gli ufficiali, come le altre guarnizioni del celebre copricapo), sottolineano la marzialità di questi cavalieri, rispettati ed ammirati nell’intero esercito e, perfino, all’interno degli elitari ranghi della Guardia (pare che l’aria di perenne, flemmatico e superiore distacco, avesse loro valso, con una punta di affettuosa invidia, il soprannome di “dei o giganti dai grossi tacchi”…e non erano certo gli unici a calzare i famosi stivali alti con elemento para-ginocchio.
I capelli incipriati e raccolti in un codino, tramite uno stretto nastrino di tessuto nero, rimasero a lungo una delle caratteristiche principali degli effettivi e, ancora sul campo di Waterloo, sembra che qualcuno di questi gentiluomini sfoggiasse tale tipo di acconciatura). Questi loro vistosi copricapo, sono un tipico esempio di come, nell’esercito francese di allora, i regolamenti (soprattutto nei reparti di cavalleria) fossero materia poco letta e, comunque, certamente poco seguita…essi, infatti, prevedevano, per il berrettone, un’altezza massima di 318 millimetri, ma rarissimamente se ne trovavano esemplari di altezza inferiore ai 350. C’erano anche materiali particolari, (come gli stivali da passeggio, a mezzo polpaccio di foggia “all’ungherese”, simili a quelli in uso alla cavalleria leggera, non “di commissariato”, per così dire), che venivano comperati al commercio a spese del singolo.

Requisiti per poter aspirare ad entrare nei ranghi, erano altezza non inferiore a 176 cm., 2 lustri di onorato servizio, partecipazione attiva a minimo 4 campagne e aver ricevuto almeno 1 menzione per il particolare coraggio dimostrato. Caratteristiche dell’unità, finché fu possibile soddisfare tali requisiti, erano le possenti cavalcature dal mantello morello o baio-scuro (con eccezione, ovviamente, dei trombettieri e dei musicanti che, come tradizione in tutti i corpi di cavalleria, tendevano a montare animali grigi).

La cavalleria pesante della Guardia seguiva, di norma, la stessa tattica di impiego di quella di linea…tutti erano mediamente in grado di gestire un cavallo nelle varie situazioni tuttavia, per ridurre al minimo gli “incidenti non dovuti al fuoco nemico”, pare si cercasse di fornire i reggimenti della Guardia, di cavalli “di buon carattere”. Tra i fattori di successo, c’era senz’altro la coesione e l’abitudine ad agire insieme e, per questo, era molto importante la presenza di sottufficiali esperti o militari anziani con lunga esperienza.

Notevoli, per l’ufficiale, i calzoni da campagna in tessuto blu scuro, mentre in analoghe circostanze, sottufficiali e truppa tendevano a servirsi di pantaloni in robusto tessuto grigio rinforzati (cuciti ai lati esterni o chiusi da bottoni d’osso ricoperti nello stesso materiale e colore). Il trombettiere ed i commilitoni, però, sembrano, anche in questa congiuntura, aver optato per i più conosciuti pantaloni in pelle di pecora chiari, anch’essi di previsto utilizzo in campagna (calzoni in pelle di daino, sempre chiari, erano normalmente riservati all’alta uniforme). Verso il 1808, all’interno del dischetto blu della coccardina fissata sul lato sinistro del berrettone, pare venisse applicata una piccola Aquila Imperiale (oro o aurore a seconda del rango), mentre, con l’alta tenuta, il copricapo si arricchiva di un alto e sgargiante pennacchio scarlatto oltre a cordoni intrecciati, fiocco e racchette (anch’essi oro o aurore a seconda della categoria di appartenenza dell’uomo).

Tutti hanno di già sguainato le lunghe lame leggermente ricurve dall’elaborata ed elegante elsa, recante un fregio di granata incastonato tra i rami anteriori della guardia (si noti come il trombettiere, pronto a suonare la carica, preveda a breve, dopo l’uso dello strumento, di doversi anch’egli affidare al freddo acciaio ed abbia, quindi, preventivamente assicurato la sciabola al polso destro tramite la dragona). L’ufficiale, in particolare, sembra impugnare una sciabola da truppa; l’elsa della sua lama (quest’ultima generalmente, anche se non sempre, azzurrata e guarnita in oro nel primo terzo) infatti, avrebbe dovuto essere una “Garde de Bataille” praticamente identica a quella adottata dai colleghi dei corazzieri e dei dragoni…probabilmente, nel sanguinoso turbillon degli scontri, il nostro gentiluomo deve essersi trovato sprovvisto della sua bell’arma bianca e, perduta quella ma non la vita, avrà provveduto all’immediato reperimento sul campo di una sciabola di qualcuno dei suoi uomini eroicamente caduto, forse proprio per salvarlo…e che avrà tenuto per conservarne e venerarne la memoria.

Il fregio di granata è presente anche alle estremità posteriori delle gualdrappe ma, dal 1808, sarà sostituito da una corona.

Dal 1800 al 17 maggio 1804, l’unità portò il nome di “Granatieri a Cavallo della Guardia Consolare” per assumere, il giorno successivo, quello di “Granatieri a Cavallo della Guardia Imperiale”. Legatissimo alla persona dell’Imperatore ed alle sue vicende, questo glorioso reparto attraverserà con onore la tumultuosa “Grande Epoque” per sparire, poi, definitivamente, il 25 novembre 1815.
Dopo la sfortunata avventura in Russia, che costò anche ai Granatieri a Cavallo un elevatissimo tributo in vite umane ed equine (pare siano rientrati in Patria non più di 120 uomini), il reggimento fu riorganizzato e, nel 1813, una compagnia si componeva di:

– 1 Capitano (Comandante);
– 2 Tenenti in prima;
– 2 Tenenti in seconda;
– 1 Marechal des Logis Chef;
– 6 Marescialli (Marechal des Logis);
– 1 Sergente o Sergente Maggiore Furiere (Fourrier);
– 10 tra Caporal Maggiori e Caporali (Brigadiers);
– 2 Marescialli maniscalchi;
– 3 Trombettieri;
– 96 Granatieri a Cavallo.

I Grenadiers a Cheval de la Garde si comportarono meravigliosamente ad Austerlitz ma l’iconografia ce li tramanda soprattutto sui campi della Campagna d’Inverno ed, in particolare, ad Eylau.

Tra i nomi celebri di questa unità, uno su tutti: il Colonnello Lepic che proprio ad Eylau (episodio immortalato anche in una splendida tela di Jean Baptiste Edouard Detaille), esortò i propri uomini che, schierati a cavallo pronti alla carica chinavano la testa per darsi una parvenza di riparo dalle pallottole russe, con questa frase rimasta celebre: “Su le teste!…la mitraglia non è merda”!

Chiudo con una curiosità: nel 1814, il restaurato governo monarchico, tentò di trasformare i Grenadiers a Cheval in corazzieri (della Guardia) ma, nel precipitare temporale degli eventi furono in pratica approvvigionate le tuniche di taglio analogo e quelle dei corazzieri (calzoni e stivali alti erano già in dotazione) mentre non giunsero in tempo corpetti ed elmi e, dunque, le circostanze ce li hanno tramandati con quella che dovette essere una soluzione “a metà” (corazzieri dalla vita in giù…granatieri dalla vita in su) ma con la quale sono entrati nella leggenda e, credo, anche nel cuore di molti.


Etude

Etude

Etude

Stefano Manni

Etude

Studio per lanciere polacco della Guardia imperiale

Matite su carta, collezione privata


Legion d’Honneur

Legion d’Honneur

Legion d’Honneur

Stefano Manni

Legion d’Honneur

Ufficiale dei Dragoni dell’Imperatrice, alta tenuta verso la metà del 1806

Un decreto imperiale, datato 15 aprile 1806, stabilì la creazione di un reggimento di dragoni in seno alla Guardia Imperiale che, l’anno successivo, fu intitolato ad una madrina d’eccezione: l’imperatrice. Da allora l’unità fu nota come “Regiment de Dragons de l’Imperatrice

Inizialmente costituito da 2 squadroni di veterani ed uno di veliti, nel gennaio del 1812 l’unità era formata da 5 squadroni.

All’atto della creazione del reggimento, fu disposto che, (altro…)


Lancier polonais

Lancier polonais

Lancier polonais

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Lancier polonais

Lanciere polacco della Guardia, grande tenuta 1809 – 1814

I lancieri polacchi furono il primo dei reggimenti di cavalleria leggera, interamente stranieri, ammessi all’onore della Guardia Imperiale. L’unità fu costituita nel 1807 con effettivi la cui età poteva variare tra i 18 ai 45 anni, che provenivano dalla classe agiata della società polacca, generalmente dalla casta dei latifondisti; dovevano, infatti, essere in grado di provvedere in proprio a munirsi di cavalcatura, esserne esperti nella monta e sostenere le spese relative all’acquisto del costoso equipaggiamento ed armamento. Il reggimento si distinse particolarmente in quella che è passata alla storia come “Guerra Peninsulare” spagnola, mettendosi  in particolare luce con l’ incontenibile carica di (altro…)


Action morale en reconnaissance sur le rivage

Action morale en reconnaissance sur le rivage

Action morale en reconnaissance sur le rivage

Stefano Manni

Action morale en reconnaissance sur le rivage

Dragoni dell’Imperatrice, ufficiale subalterno in grande tenue e dragone uniforme da campagna 1806-1810

Un giovane ufficiale subalterno (a destra sul cavallo dal manto sauro e “balzano da tre piccolo calzato”) che, apparentemente, rimbrotta o, comunque, muove appunti al dragone che lo affianca e che monta una cavalcatura dal mantello baio scuro.

La coppia ha, probabilmente, appena compiuto una ricognizione lungo l’ampio litorale, sorvolato da candidi gabbiani, e sta rientrando in accampamento. L’uomo sembra essere molto toccato, dato l’atteggiamento apparentemente “contrito”, dalle parole del suo superiore.

Dettagli uniformologici:

L’ufficiale in grande tenue completa di cordelline in oro (distintive della membri della Guardia) e dell’alto pennacchio scarlatto fissato al reggipiumetto posto sul davanti dell’orecchione sinistro del suo elegante elmo “a la Minerve” (caratteristico del Reggimento), con turbante interamente guarnito in pelle di leopardo. Anche la bardatura del suo splendido cavallo, la cui attenzione sembra attirata da qualcosa, è quella da grande tenue.

Il dragone in uniforme da campagna, con il mantello avvolto diagonalmente al busto anziché ripiegato sulla valigia posta dietro la seduta della sella, ed il moschetto (modello 1777 modificato An IX) portato a tracolla, anziché riposto e fissato nell’apposita fondina che si scorge, libera, sotto la parte anteriore destra della sella. L’uomo, indossando l’uniforme da campagna, ha probabilmente riposto nella valigia le sue cordelline color aurore che normalmente avrebbe anch’egli fissato, come il suo superiore, alla spallina destra. Ovviamente anche il pennacchio scarlatto è stato riposto nella valigia o lasciato in alloggio.

La scena è databile tra il 1806 ed il 1810 in quanto l’ordine dei copri fonde (avanti sulle selle e rispettivamente gallonati in oro per l’ufficiale ed in aurore per la truppa) è duplice: dopo il 1810, diviene assai frequente, nel Reggimento, l’utilizzo di copri fonde a triplice ordine di copertura. ll dragone, con la postura del busto e l’apparente movimento retrogrado del braccio destro, sembra volersi in qualche modo aggiustare l’ingombrante fardello che, tra mantello, bandoliera con giberna e tracolla del moschetto, ne condiziona certo il movimento.

Olio su tela, 30 x 40, collezione privata


Lancier rouge

Lancier rouge

Lancier rouge

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Lancier rouge

Lanciere olandese del 2° Reggimento Cavalleggeri Lancieri della Guardia Imperiale, uniforme di servizio 1810-1814

La piccola tela che ho dipinto, raffigura, a mezzobusto, un Lanciere Olandese della Guardia Imperiale (i celebri “Lancieri Rossi”), che indossa la più nota e tipica delle varianti alla loro uniforme con cui la tradizione iconografica ce li ha (altro…)


L’arret du trompette

L’arret de la trompette

L’arret de la trompette

Stefano Manni   (dell’Isola di Torre Maìna)

L’arret de la trompette

Tromba dei Cacciatori a Cavallo della Guardia in grande tenue de service 1804 – 1805

Omaggio a Edouard Detaille 

Il lavoro si ispira, nel suo aspetto situazionale come frequente consuetudine, ad una tela di Jean Baptiste Edouard Detaille e rappresenta un trombettiere della celebre unità della Cavalleria Leggera Francese della Guardia Imperiale (legata all’Imperatore da un fortissimo vincolo di fedeltà, tanto che Egli, onde ripagare una così incondizionata dedizione alla sua persona, vestiva spesso la loro uniforme), nell’atto di fermare la sua cavalcatura, lanciata al galoppo. (L’originale del grandissimo Maestro Francese, raffigura un cavalleggero, suo connazionale, all’epoca della Guerra Franco- Prussiana del 1870). I particolari uniformologici del mio dipinto, sono (altro…)


L’Etendard

L'Etendard

L’Etendard

Stefano Manni  

L’Etendard

Gruppo stendardo del Reggimento  Artiglieria a Cavallo della Guardia  –  grande tenue de service 1804-1808

Omaggio alle piemontesi Batterie a Cavallo “Voloire” nel 180° anniversario della loro costituzione (8 aprile 1831).

Il lavoro è una rivisitazione, soprattutto in termini di ambientazione, di un acquarello del grande Maestro Francese Lucien Rousselot, dalle cui tavole uniformologiche dell’Età Napoleonica, ho ricavato i particolari necessari ad equipaggiare uomini e cavalcature di questo Gruppo Stendardo dell’Artiglieria a Cavallo della Guardia Imperiale, che sta effettuando una fermata (probabilmente per riaggiustare l’assetto in vista di un successivo riposizionamento). Una luminosità “cupa” ma romantica, fa da sfondo all’azione di questo marziale terzetto. Sia l’ufficiale “Porta-Aquila” (al centro del gruppo), che i 2 sottufficiali di scorta, indossano calzoni, dolman e pelisse regolamentari in panno blu scuro, con passamanerie, alamari e guarniture rispettivamente in oro e scarlatto punteggiato in ocra chiara. I dolman e le pelisse (quest’ultimo capo per l’ufficiale guarnito con bordi di elegante pelo bianco e marmotta per la scorta), sono provvisti di 5 file di 18 bottoni semisferici in rame dorato, collegati dai corrispondenti alamari. Le pelisse sono portate flottanti sulla spalla sinistra (fissate grazie a cordicelle in tinta congrua), alla maniera degli ussari. I paramani sono scarlatti con i distintivi di grado in oro (l’ufficiale) e ocra gialla (i sottufficiali di scorta). I colletti, blu scuro, sono profilati nelle tinte relative al grado. L’ufficiale indossa un’elegante bandoliera scarlatta profilata in oro, mentre la scorta ne mostra una in cuoio tinto bianco…ad entrambi i tipi di buffetteria, sono fissate le rispettive giberne (qui non visibili, come le fasce ventrali a cilindri, portate sul dolman). I colbacchi in pelo d’orso, piuttosto abbondanti e provvisti della fiamma scarlatta, con fiocchetto e guarniture in oro per l’ufficiale, ed in ocra e scarlatto per la scorta, sono impreziositi dagli alti e voluminosi pennacchi, sistemati sulla sinistra (bianco per l’ufficiale e scarlatto per sottufficiali e truppa), il cui fissaggio è celato dalla coccardina tricolore…cordoni e racchette, normalmente non utilizzati in campagna, rendono ancor più vistosi i copricapo. I guanti, per tutti e tre, sono del tipo corto, bianco, da parata. I calzoni sono guarniti da gallone che corre lungo la cucitura esterna (oro per l’ufficiale e scarlatto punteggiato ocra per i sottufficiali) e sono portati con stivali in cuoio nero all’ungherese, sotto il ginocchio (come previsto per la cavalleria leggera, profilati a cuore e gallonati in oro (l’ufficiale) e scarlatto-ocra gialla (la scorta)). Un fiocchetto nei cromatismi previsti per il rango, è posizionato al vertice basso della profilatura a cuore delle suddette calzature. Gli speroni sono in ottone per il Porta Aquila ed in ferro brunito per i suoi sottoposti. Le sabretache dei 2 sottufficiali, hanno la patta anteriore blu scuro, gallonata in scarlatto e recante il fregio con l’aquila imperiale ed i cannoni incrociati, il tutto attorniato da sottile ramo d’alloro…quella dell’ufficiale è pressoché analoga ma gallonata in oro. I pendagli di questo effetto, sono in cuoio bianco per i sottufficiali e la truppa ed in cuoio rosso ricamato in oro per gli ufficiali (così come i cinturini cui sono fissati). Le sciabole sono analoghe, per i diversi ranghi, a quelle dai Cacciatori a Cavallo della Guardia (da cavalleria leggera, a lama ricurva e con elsa a staffa in ottone ed impugnatura costolata in fili di rame). I foderi, in ottone, recano un fornimento in cuoi nero e, sul fondo, un rinforzo in ferro. Testiera, capezza, redini, false redini e capezzina dei cavall, sono quelli previsti in queste occasioni, in cuoio nero rispettivamente con elementi in oro e scarlatto per l’ufficiale e scarlatto per la scorta…il fibbiame è per tutti dorato. L’elegantissima gualdrappa del Porta Aquila è in pelle di leopardo, profilata in oro e scarlatto e frangiata in tessuto blu scuro. Per la scorta la gualdrappa è blu scuro gallonata in scarlatto e recante fregio a granata sul vertice posteriore, pure scarlatto. Lo Stendardo è un piccolo e maneggevole drappo “a guidone” con il lato flottante a coda di rondine, con le corte punte arrotondate, nei colori imperiali…laddove il rosso ed il blu si alternano agli angoli, mentre al centro un rombo bianco, profilato e ricamato in oro, reca, anch’essa in lettere oro, la dedica del drappo da parte dell’Imperatore al Reggimento. Alla sommità dell’asta è posta l’Aquila Imperiale (inizialmente in bronzo dorato…ed in legno dipinto più tardi… quando le casse imperiali cominciarono a lamentare larghi vuoti).

Olio su tela

Cm 30 x 24

Collezione privata


Le General Jean Jacques Desvaux de Saint Maurice, Baron de l’Empire

Le General Jean Jacques Desvaux de Saint Maurice, Baron de l’Empire

Le General Jean Jacques Desvaux de Saint Maurice, Baron de l’Empire

Stefano Manni

Le General Jean Jacques Desvaux de Saint Maurice, Baron de l’Empire

La tela che ho dipinto, ancorché di contenute dimensioni, ritrae, nell’uniforme con la quale maggiormente l’iconografia ce lo tramanda, il Generale Jean Jacques Desvaux de Saint Maurice. Si tratta di una delle figure di spicco sulle quali il “Grande Corso” poté sempre contare. Il nostro protagonista, nasce a Parigi il 26 giugno 1775. Ad 11 anni, nel 1786, entra nel collegio di Juilly, dove resta fino al 1790. Poco più tardi, nel 1792, lo troviamo Allievo Sottotenente presso la Scuola di Artiglieria di Chalons ed il 1° settembre di quell’anno è nominato Sottotenente in Seconda presso il 4° Reggimento Artiglieria a Piedi. Si distingue per comportamento, capacità e resa in servizio e, solo 3 mesi dopo, il 1° dicembre, viene promosso Sottotenente in Prima. Tra il 1792 e il 1793, assegnato all’ “Armèe des Alpes”, serve sotto Kellermann (altro nome destinato a fulgida memoria agli ordini di Napoleone). Il 31 luglio 1793, è nominato Aiutante Maggiore ed il 22 settembre consegue il grado di Capitano… in quello stesso anno prende parte all’assedio di Lione ed al fatto d’arme di Boulon. Il 23 maggio 1794 lo troviamo tra (altro…)


Apres le feu et le galop

Apres le feu et le galop

Apres le feu et le galop

Stefano Manni

Apres le feu et le galop

Cannoniere del Reggimento Artiglieria a Cavallo della Guardia Imperiale

Questo mio lavoro – tratto da una tela di Edouard Detaille, ritrae un artigliere a cavallo della Guardia che, se nella postura replica quello raffigurato dal grande Maestro, per i dettagli iconografico-uniformologici si richiama all’indiscussa autorità di Lucien Rousselot, anch’egli eccelso artista e fedelissimo “cronista-illustratore” della Grande Armèe. L’immagine raffigura, dunque, un cannonier a cheval (artigliere a cavallo) della Guardia, appoggiato alla sua cavalcatura. L’uomo indossa il dolman ed i calzoni blu scuro d’ordinanza. Il dolman, come la pelisse pure blu scuro, reca paramani scarlatti ed è guarnito da 3 file di 18 bottoni semisferici uniti dai corrispondenti alamari in lana scarlatta (i cannonieri dell’artiglieria a cavallo della Guardia Consolare – e dal 1804 della Guardia Imperiale – hanno portato, fino al 1806, dolman e pelisse guarniti da 3 file di 18 bottoni in rame dorato, unite da alamari in lana scarlatta, mentre, a partire dalla fine del 1806, tale numero è sceso a 15… per ufficiali e sottufficiali, invece, le file di bottoni sono sempre state e restate 5 con alamari rispettivamente dorati ed in lana gialla e scarlatta). Il colletto è in tinta, profilato in scarlatto e la pelisse è ornata con pelo fulvo scuro (bianco per le pelisse da ufficiale e marmotta per quelle da sottufficiale e quartiermastro). Questo effetto di abbigliamento aveva solo i primi quattro o cinque alamari lunghi a sufficienza per poter essere utilizzati a chiusura del capo; gli altri, più corti, avevano esclusivamente scopo ornamentale lasciando che la pelisse, quando indossata, ricadesse per più di tre quarti aperta sul davanti. Normalmente la pelisse veniva portata drappeggiata e flottante sulla spalla sinistra e fissata, attorno al collo, sulla spalla destra, da un doppio o singolo cordoncino con olivetta che, nel caso specifico, è in lana scarlatta. I calzoni indossati con l’alta tenuta, e spesso anche in servizio attivo, erano blu scuro guarniti, sul davanti delle cosce, da fioroni all’ungherese scarlatti (ufficiali e sottufficiali vi portavano cuciti i distintivi di grado) e lungo le cuciture esterne da una banda di gallone anch’essa scarlatta. Questi pantaloni prevedevano l’utilizzo di stivali in cuoio nero all’ungherese (sotto il ginocchio), profilati da galloncino scarlatto a cuore con vertice verso il basso da cui pendeva un fiocchetto della stessa tinta. L’uniforme del nostro comprende l’abbondante colbacco in pelo d’orso, con pennacchio, fiamma e racchette scarlatti. Gli speroni, in ferro, come per il resto delle unità di cavalleria leggera, sono fissati al tacco. La fascia a cilindri è formata da cordoncini e cilindretti aurore e scarlatti, con funicelle di fissaggio e riscontro con fiocchetti aurore. Il suo fissaggio richiedeva una manovra piuttosto complicata ed una certa manualità. Gli artiglieri a cavallo montavano cavalli di taglia piccola o, comunque, non poderosa se si trattava di serventi o capi pezzo, mentre i conducenti delle pariglie di traino, potevano montare cavalli appartenenti a pariglie di prestanza fisica decrescente dal “timone” verso la “volata”. Portamantello e gualdrappa erano, con l’alta tenuta ed anche frequentemente in campagna, in panno blu scuro gallonati scarlatto. Alle estremità posteriori della gualdrappa, vediamo ricamato un fregio di granata in lana scarlatta. Finimenti del cavallo e testiera da alta tenuta sono in cuoio nero con fibbiame ottonato ed una capezzina profilata in scarlatto. La patta anteriore della sabretache, (agganciata a cinturino portasciabola con pendagli in cuoio tinto bianco) è, con la presente tenuta, blu scuro, gallonata in scarlatto e profilata in grigio argento e reca una placca dorata in latta o rame sagomata con il fregio dell’aquila imperiale coronata e sovrastante una coppia di cannoni incrociati (qui è visibile la patta posteriore in cuoio naturale scuro). La sciabola è praticamente identica a quella dei Cacciatori a Cavallo della Guardia ed è a lama ricurva, con elsa “a staffa” in ottone con impugnatura in cuoio nero “costolata” con sottili avvolgimenti in filo di rame. Il fodero, pure in ottone, presenta un fornimento in cuoio nero. Anche il nostro non sfugge alla pratica assai comune di infilare i guanti nella dragona della sciabola che, anch’essa in cuoio tinto bianco ma con nappa scarlatta (come quelle dei carabiniers a cheval), risulta assai appariscente. Infine, in cuoio tinto bianco anche bandoliera per la giberna.

Olio su tela

Cm 35 x 25

Collezione privata


Avec son trompette

Avec son trompette

Avec son trompette

Stefano Manni  

Avec son trompette

Ufficiale e tromba dei Dragoni dell’Imperatrice, uniforme da campagna 1811-14

Omaggio ad Edouard Detaille e a Lucien Rousselot

Il soggetto è tratto – con l’opportuno adattamento al Primo Impero – da una tela di Detaille raffigurante un gruppo di corazzieri nelle uniformi del Secondo Impero. Nel mio lavoro, invece, sotto lo stesso cielo decisamente minaccioso di quello impresso sulla tela dall’insigne Maestro francese, ecco apparire un ufficiale ed un trombettiere dei Dragoni dell’Imperatrice, nelle rispettive uniformi da campagna previste nel periodo tra il 1811 ed il 1814. L’ufficiale, inferiore in quanto la sola spallina sinistra risulta frangiata in canutiglia dorata, indossa il surtout verde scuro, con lunghe falde a risvolti scarlatti, guarniti dal fregio a granata dorato, ad un solo petto ed abbottonato da un’unica fila di 9 bottoni dorati (si noti la caratteristica cordellatura dorata, distintiva degli ufficiali della Guardia). I calzoni sono in tessuto grigio ed indossati senza ghette, utilizzate con altri tipi di pantaloni per una migliore calzata degli stivali da cavalleria pesante, alti e con paraginocchio (questi ultimi sembrano essere del tipo semi-rigido, con paraginocchio leggermente mobile). Gli speroni, per tutti i ranghi di questo prestigioso reggimento della Guardia, sono in ferro brunito, fissati al piede dello stivale mediante cinghietta in cuoio nero. Tra gli accessori, i guanti bianchi con parapolso (d’ordinanza per tutta la cavalleria pesante ma utilizzati anche dai lancieri) cosiddetti “alla moschettiera” che, per la particolare situazione prospettica del braccio destro, lasciano scorgere la profilatura scarlatta dei paramani del surtout, guarniti da 3 bottoni dorati. Il cinturone, con fibbia rettangolare in rame dorato ed i pendagli reggi sciabola, sono in cuoio tinto bianco. La sciabola, a lama leggermente ricurva e con fodero in rame con fornimenti in cuoio nero, ha l’elsa ornata da un fregio a granata e dragona dorata (particolari qui non visibili). L’elmo, dalla elegante, slanciata e caratteristica foggia neoclassica, ha crine di cavallo nero fissato all’alto ed istoriato cimiero in rame dorato, con l’eccedenza del crine stesso che fuoriesce a ciuffo da un bulbo dorato posto alla sommità del cimiero. Il turbante è guarnito in pelle di leopardo (elemento condiviso anche con sottufficiali e truppa in questo reggimento) ed il profilo della visiera ha un sottile rinforzo in rame dorato. Nonostante la tenuta di campagna, l’uomo non ha rinunciato a guarnire l’elmo con il vistoso pennacchio scarlatto, comunque d’ordinanza anche se di non frequentissimo utilizzo in operazioni, fissato al reggi-piumetto che si trova davanti all’orecchione sinistro. La bardatura del cavallo è quella regolamentare per quel periodo e tenuta, con gualdrappa verde scuro profilata in scarlatto e gallonata in oro (gallone più spesso all’esterno) con fregio di corona dorata ai vertici posteriori e copri fonde in tessuto verde scuro a triplice ordine, anch’essi bi-gallonati in oro e profilati in scarlatto. Forse la gualdrappa risulta leggermente più inclinata ed angolata rispetto al previsto ma il cosiddetto “fuori ordinanza” era, per la quasi totalità degli ufficiali di ogni arma e specialità (specialmente per la Cavalleria), praticamente la regola. Il seggio della sella è foderato e cucito in tessuto bianco. La testiera e le redini sono in cuoio naturale con fibbiame dorato e comprendono una capezzina a false redini color aurore-dorato, mentre gli staffili da ufficiale sono in cuoio rossastro. Il pettorale del cavallo è orizzontale (come per la cavalleria pesante e per i reggimenti dragoni di linea). L’apparente torsione forzata, nella postura della caviglia destra dell’ufficiale, è dovuta a quella particolare situazione che unisce la necessità di continuare ad esercitare pressione sulla panca della staffa, allontanando, al contempo, lo sperone dal costato della cavalcatura. Dragoni dell’Imperatrice e Cacciatori a Cavallo della Guardia montavano, ove possibile, cavalli sauri nelle varie tonalità del suddetto mantello. Il giovane trombettiere indossa il surtout celeste ad un solo petto chiuso da 9 bottoni dorati, con colletto e spalline non frangiate, profilati in oro e cordellatura blu ed oro (parimenti a quella della tromba che ha fatto passare diagonalmente attorno al busto). Come tradizione per quasi tutti i musicanti “criniti”, anche il nostro fa garrire al vento una criniera bianca ed ha corredato l’elmo del previsto pennacchio celeste. La bardatura del cavallo (grigio come tradizione per i trombettieri) è analoga a quella dell’ufficiale, salvo che per il color aurore in luogo dell’oro, per il celeste in luogo del verde scuro e per la valigia ed il mantello (con pistagna scarlatta) posti sul retro della sella. I trombettieri, nei Dragoni dell’Imperatrice, erano armati di sciabola come il resto della truppa ma, a differenza, avevano in dotazione una sola pistola in luogo della normale coppia distribuita ai non musicanti. Nota tricolore… E’ interessante ricordare che, tra gli ufficiali che hanno svolto alti incarichi di comando in questa unità della Guardia Imperiale, alcuni avevano nomi dalle curiose sonorità Italiane: nel 1806, ad esempio, il comandante del reggimento era tale Arrighi de Casanova, mentre nel 1813 era il Conte d’Ornano. Ma il più noto, e forse colui che ha per sempre legato il suo nome al reparto, è il Colonnello Letort che, alla sua testa nelle ultime, epiche cariche, troverà la morte sul campo di Waterloo. Bibliografia uniformologica: Lucien Rousselot nonchè Officers et Soldats: LA GARDE IMPERIALE, Tome 2, Les troupes a cheval, par Andrè Jouneau et Jean Marie Mongin, Histoire et Collections.

Olio su tela

Cm 40 x 30

Collezione dell’Autore


Soirée

Soirée

Soirée

Stefano Manni  (dell’Isola di Torre Maìna)

Soirée

Cacciatore a cavallo della Guardia in grande tenue 1804-1808

Omaggio ad Edouard Detaille

Questo lavoro – soggetto liberamente tratto da un lavoro del Maestro, che ritrae un artigliere a cavallo della Guardia – raffigura un cacciatore appoggiato alla sua cavalcatura, sullo sfondo di una giornata non lontana dal suo epilogo. L’uomo, dall’aria assorta e marziale, pur nel tranquillo e quasi romantico tramonto, indossa il dolman verde scuro, guarnito da cinque file di diciotto bottoni in rame dorato, unite dai corrispondenti alamari in lana aurore, con colletto in tinta, profilato aurore e paramani scarlatti gallonati aurore. L’uniforme prevede l’abbondante colbacco in pelo d’orso, con pennacchio (verde con punta scarlatta), fiamma scarlatta guarnita in aurore sulle cuciture principali, recante fiocchetto aurore e racchette (sul lato sinistro) pure aurore. La pelisse è in panno scarlatto e anch’essa reca cinque file di diciotto bottoni in rame dorato ed alamari in lana aurore. Questo effetto di abbigliamento, parimenti a quasi tutte le altre pelisse sfoggiate dai (altro…)


9 Febbraio 1807, il giorno dopo

9 Febbraio 1807, il giorno dopo

9 Febbraio 1807, il giorno dopo

Stefano Manni  (dell’Isola di Torre Maìna)

9 Febbraio 1807, il giorno dopo

Subalterno dei Grenadiers a Cheval della Guardia Imperiale in uniforme di servizio, 1807

Il Nostro ripercorre mestamente il Campo di battaglia di Eylau il giorno dopo i combattimenti. L’8 febbraio 1807, dall’alba a tarda sera, si combattè questa sanguinosissima Battaglia tra Francesi e Russi che l’Imperatore stesso definì “un inutile macello”. La Battaglia, cominciata con un massiccio bombardamento dell’artiglieria russa che quasi annientò il centro dello schieramento francese, rimase dall’esito incerto fino all’ultimo e, in più di un’occasione, per le Armi Imperiali si profilò il disastro, anche per l’enorme ritardo del Maresciallo Ney che giunse, con le sue forze, oltretutto non più freschissime, solo a sera sul campo. L’azione del Corpo del Maresciallo Augereau, inviato dall’Imperatore per alleggerire la pressione sul suo centro, si svolse inoltre contro una tempesta di neve che accecava gli uomini che, sbagliando il loro movimento, si trovarono esposti sul lato ad una nuova azione di fuoco di sbarramento russo. Napoleone, impiegando quasi “in extremis” la sua impareggiabile Cavalleria, agli ordini di Murat, nella più grande carica della storia (oltre 10.000 cavalleggeri di tutte le specialità della Linea e della Guardia, tra cui si distinsero i Grenadiers a Cheval), riuscì ad orientare decisamente a suo favore le sorti di uno scontro che, comunque, costò all’Impero oltre 20.000 morti e più o meno altrettanti allo Zar. L’uomo del dipinto non (altro…)