Una finestra aperta sulla «grande époque»

Articoli con tag “Jean Baptiste Edouard Detaille

Galopant entre les bouleaux

Galopant entre les bouleaux

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Galopant entre les bouleaux

Sous Chef d’Escadron du 9me Hussards, Tenue de service, vers 1809) Omaggio ad Edouard Detaille, Lucien Rousselot ed Alphonse Lalauze- Olio su tela cm. 50 x 40.

Un coriaceo ed attempato maggiore del IX Ussari francesi, con funzioni di vice comandante di squadrone, sta contenendo il galoppo della propria cavalcatura, che procede su un tratto di terreno breve quanto impegnativo, probabilmente per riunirsi ad un drappello dal quale si era staccato per una breve avanscoperta.

In termine equestre, si direbbe che questo sensibile declivio, è (altro…)

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Après l’action

Après l’action

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Après l’action

Officier, trompette et dragons du 4e Regiment – Tenue de service et campagne 1806 / 1807 – olio su tela, cm. 30 x 24 – Omaggio a Lucien Rousselot, Jean Baptiste Edouard Detaille, Tiziano Tonelli e al Marckolsheim.

Questa mia tela, contenuta nelle dimensioni ma nondimeno densa e pregna di una delle unità più celebri e celebrate della Cavalleria di Linea dell’Imperatore, rappresenta un ufficiale subalterno ed un trombettiere del 4° Dragoni di Linea in tenuta di servizio e campagna (sullo sfondo, nell’evanescenza del gioco cromatico di luce e polvere, si intuisce un gruppo di cavalieri che segue).

Il periodo di riferimento è collocabile tra
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L’Empereur, en Habit a la Chasseur a Cheval de la Garde

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

L’Empereur, en Habit a la Chasseur a Cheval de la Garde – 1809

olio su tela, cm. 30 x 24

Omaggio a Paul Delaroche , Lucien Rousselot e Jean Baptiste Edouard Detaille.

Anche questa mia piccola tela è dedicata all’Imperatore, raffigurato ancora a mezzo-busto, e sempre liberamente ispirata al lavoro di Delaroche. Storicamente potremmo collocarci intorno all’estate del 1809, segnatamente nei primi giorni del luglio di quell’anno, ad una manciata di ore, si può dire, dalla Battaglia di Wagram.

Sono, dunque, trascorsi quasi 3 anni dalla “Campagna d’Inverno” (1806 – 1807, nel corso delle cui vicende ho immaginato di collocare il precedente ritratto di Napoleone) e, pur risultando chiaro trattarsi della stessa persona, nella stessa postura e con il medesimo sguardo, tuttavia forse si nota un che, quasi impercettibile, di diverso nell’espressione…dovuto alle vicende storico-politico-militari e, (altro…)


L’Empereur, en chapeau, pour les Grenadiers a Pied de la Garde

L’Empereur, en chapeau, pour les Grenadiers a Pied de la Garde

Stefano Manni (di Torre Maina)

L’Empereur, en chapeau, pour les Grenadiers a Pied de la Garde

olio su tela, cm. 30 x 24

Omaggio a Paul Delaroche (il grande Maestro francese 1797 – 1856, allievo di Antoine Jean Baron Gros), Lucien Rousselot e Jean Baptiste Edouard Detaille.

Questa piccola tela dedicata all’Imperatore, raffigurato a mezzo-busto, è liberamente ispirata al celebre lavoro di Delaroche che, invece, lo ritrae a figura intera ed a capo scoperto. Possiamo ragionevolmente supporre di essere intorno alla seconda metà del mese di ottobre 1806 e l’espressione riflessiva e tranquilla al contempo, è certo conseguenza dei pensieri di Napoleone dopo la doppia vittoria di Jena-Auerstadt (14 ottobre 1806), mentre prendono corpo i prodromi di quella che sarà la “Campagna d’Inverno” del 1806 – 1807.

L’Uomo che ha dato il proprio nome ad un’epoca, era letteralmente venerato dai suoi soldati…la sua figura, dalla statura fisica modesta, il semplice cappello nero a bicorno e, non di rado, le falde del suo tipico e disadorno cappotto grigio che ondeggiavano tra i fumi e la polvere dei campi di battaglia, erano divenuti, per questi uomini, forse più familiari del pensiero del proprio padre ed, ai loro occhi, costituivano l’immagine di un capo geniale e brillante, di un comandante dotato di un carisma straordinario, che si segue ovunque e comunque e per il quale si è pronti a tutto.

Tra i reparti della Guardia Imperiale, che maggiormente gli furono sempre assai più che vicini, sia in termini morali che propriamente fisici, nella ininterrotta e diuturna vigilanza ravvicinata della sua persona e salvaguardia della sua incolumità, gli “Chasseurs a Cheval “ed i “Grenadiers a Pied” ebbero, di certo, un ruolo di preminenza.

L’incredibile attaccamento ed affetto, che gli effettivi di queste formazioni rivolgevano all’Imperatore, era da questi ricambiato, tra l’altro, con l’assiduità con cui egli soleva indossare la loro uniforme con i gradi, naturalmente simbolici, di colonnello.

In questo lavoro ho, dunque, ripreso l’immagine propostaci da Delaroche, nella quale il Grande Còrso indossa la tunica (nel caso specifico in morbido e pregevole panno blu scuro con risvolti al petto bianchi e bottoni tipici della Guardia…piatti, con leggero risalto sul perimetro e l’aquila al centro) dei “Grenadiers a Pied de la Garde Impèriale”, aggiungendo il celeberrimo e succitato bicorno con coccarda tricolore e fermaglio della stessa a “V” con il quale Napoleone è entrato nell’immaginario e nella memoria collettiva di contemporanei e posteri.

I paramani sono scarlatti con patte a tre punte (e relativi bottoncini dorati) bianche.
Anche nello splendido dipinto del Maestro francese, complice di certo la luce dell’opera, viene enfatizzato il marcato e pressoché onnipresente pallore che sembra essere stata una delle principali caratteristiche del volto di colui che fu arbitro dei destini d’Europa.

Sullo sfondo, in basso a destra, si percepisce l’alto schienale di una poltroncina o divanetto con parti in legno dorate e fodera in velluto scarlatto, impreziosita da piccole figure stilizzate di ape…simbolo delle virtù imperiali della laboriosità e fecondità.

Degne di nota, sull’augusto petto, la “Legion d’Honneur” (che parzialmente copre l’Ordine della Corona di Ferro) e la placca in argento di “Gran Maestro dell’Ordine della Legion d’Onore” (anch’essa parzialmente coperta dal risvolto al petto sinistro della tunica, di cui si ha notizia di versioni sia ricamate in filio d’argento che come spilla).

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La giberne perdue

La giberne perdue

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

La giberne perdue

Ufficiale subalterno dei Dragoni della Guardia Imperiale (Dragons de l’Imperatrice), uniforme da campagna fine 1813 – 1814 Campagna di Sassonia-Baviera, Tributo a Lucien Rousselot, omaggio a Jean Baptiste Edouard Detaille e memoria di Louis Michel Letort. Olio su tela cm. 50 x 30.

Per i dettagli uniformologici ed iconografici di questa tela, rimando al mio precedente lavoro dal titolo Avec son trompette, naturalmente nei termini di quanto afferisce il rango dell’uomo ritratto.

Come desumibile dalle cromie del paesaggio, siamo al termine di una tersa giornata autunnale ed una certa brezza spira dalla destra di chi guarda l’immagine, muovendo il crine del cavallo (che pure risente dei sussulti dovuti al momento del passaggio dal trotto al passo, in conseguenza de tiro a se delle (altro…)


Vieux sabre, honneur du Capitaine

Vieux sabre, honneur du Capitaine

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Vieux sabre, honneur du Capitaine – Grande Tenue sur sellerie pour service de route

(Vecchia sciabola, onor di Capitano – Alta Tenuta su selleria e bardatura per servizi di marcia o scorta)

Capitano anziano dei Cacciatori a Cavallo della Guardia Imperiale, alta tenuta 1804 – 1808.

Tributo a Lucien Rousselot ed omaggio a Jean Baptiste Edouard Detaille. Olio su tela cm. 50 x 40

Ho dipinto questa tela (adottando la soluzione pittorica del mezzobusto a cavallo sfumato al basso), nella quale l’uniforme indossata dalla figura in primo piano (“Grande Tenue”), è in disaccordo con la bardatura del cavallo (“Sellerie  a la chasseur / pour service de route”).

Per dirimere la questione, e prima di passare alla disamina degli aspetti iconografici del lavoro, possiamo senz’altro ipotizzare che il nostro capitano, reduce da un impegno che prevedeva l’alta tenuta (quale un servizio di rappresentanza, un picchetto d’onore o altra similare esigenza), dovesse immediatamente dopo svolgere un servizio di natura più ordinaria (come una scorta o una pattuglia a cavallo).

L’uomo, dunque, terminata la prima incombenza, si sarà attardato per qualche motivo (magari “galante”, cosa non rara tra i coraggiosi gentiluomini in forza alla cavalleria francese dell’epoca) e, mentre il suo fido attendente si è dato da fare per fargli trovare il cavallo regolarmente equipaggiato per quella successiva, egli non ha avuto il tempo materiale di cambiarsi d’abito e di adeguarsi alla tenuta detta “Tenue en habit a la  Chasseur” indossata, invece, (altro…)


Vieux sabre, honneur du Capitaine – dessin-etude preparatoire

Vieux sabre, honneur du Capitaine - dessin-etude preparatoire

Vieux sabre, honneur du Capitaine – dessin-etude preparatoire


Hommes du Colonel Lepic

Hommes du Colonel Lepic

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Hommes du Colonel Lepic

Ufficiale, trombettiere e granatieri a cavallo della Guardia, Campagna d’Inverno 1806 – 1807. Tributo ad Edouard Detaille ed omaggio a Giampiero Montanari – Olio su tela, cm. 40 x 30

La scena che ho voluto rappresentare, è cronologicamente riconducibile ad una delle cruente scaramucce che precedettero l’immane scontro di Eylau (8 febbraio 1807, una cui sintesi ho riportato nelle note a commento del quadro intitolato “Il giorno dopo”)…siamo in piena “Campagna d’Inverno” e la neve ha più volte ed abbondantemente imbiancato ed ovattato i pittoreschi paesaggi di quelle lande che si trovavano tra la Prussia orientale e la Polonia.

Per situare e circostanziare l’immagine, come d’uso, tenterò di dare un sintetico inquadramento storico avvalendomi, tra le altre preziose fonti, anche dei saggi di David G. Chandler, delle pubblicazioni della Edizioni “del Prado” – “Osprey Publishing”, del bellissimo libro di Andrea Frediani dal titolo “Le grandi battaglie di Napoleone”, della Collana “Histoire & Collection – La Garde Imperiale – Les Troupes a Cheval 1804 – 1815” e dell’avvincente saggio del Professor Barbero dal titolo “La battaglia – storia di Waterloo”.

Al termine di quella che potremmo certamente chiamare una “blitzkrieg” ante-litteram contro la Prussia, con le decisive vittorie francesi di Jena ed Auerstadt (14 ottobre 1806), l’Imperatore avrebbe potuto militarmente bearsi al pensiero di avere non solo sconfitto duramente l’esercito prussiano ma, addirittura, di averlo annientato ed annichilito (il mastodontico e leggendario inseguimento perpetrato dalla cavalleria di Murat ai danni delle migliaia di sbandati e la mazzata inferta da Bernadotte il 17 ottobre 1806, erano colpi dai quali non sembrava proprio che l’armata prussiana fosse in grado di risollevarsi).

Il 7 novembre, poi, aveva dovuto arrendersi persino il vecchio, imbronciato e malmostoso Blucher (allora già 63enne…un’icona per ogni prussiano in uniforme e forse anche senza), il cui odio personale per Napoleone (che nel giorno di Waterloo era già da tempo una sorta di leggenda europea), pare affondasse le sue radici in quella occasione. In buona sostanza, questa poderosa spallata Napoleonica, era costata ai prussiani circa 20.000 tra morti e feriti e 140.000 prigionieri.

Il re Federico Guglielmo però, in ossequio ai canoni di granitica e teutonica determinazione, dal rifugio presso Konigsberg, dove era riparato con la corte, disprezzò e respinse le profferte di pace dell’Imperatore che, assieme ad altri assillanti pensieri, aveva anche quello dei circa 15.000 prussiani superstiti del Generale L’Estocq (gente che si trovava nella Prussia orientale e che, per fortunata e provvidenziale coincidenza, era, fino ad allora, sfuggita alle sciabole ed ai moschetti francesi e pare avesse ancora una discreta capacità operativa).
Tra le pressanti preoccupazioni che turbavano i riposi di Buonaparte, cui accennavo poc’anzi, c’erano anche e soprattutto, l’esercito dello Zar, pronto a mettere ben più che un bastone tra le ruote alle mire espansionistiche del Grande Corso e “l’ennemi heréditaire”, la nemica di sempre, l’Inghilterra, che non faceva mistero di finanziare ed incoraggiare qualsivoglia iniziativa in funzione anti-francese.

La bruciante sconfitta della flotta franco-spagnola a Capo Trafalgar (21 ottobre 1805…tra l’altro l’ultima grande battaglia navale tra velieri della storia), pare avesse persuaso l’Imperatore dell’impossibilità di battere la storica nemica sul mare e, dunque, per contrastarla e danneggiarla in qualche modo, bisognava ostacolarne la fiorente attività commerciale.

In tale ottica, da Berlino, ove era trionfalmente entrato, Napoleone promulgò, il 21 novembre, il cosiddetto “Blocco Continentale”…in pratica un severo embargo a tutto il naviglio britannico (o anche non inglese, ma proveniente da porti di sua Maestà), cui era fatto divieto di attracco in porti europei, nell’area di influenza imperiale, così come era vietato, da questi, esportare prodotti del Continente oltre Manica.

Suscitando, forse, più di qualche mugugno, il “Falconiere dell’Aquila Imperiale” era ora deciso ad annientare i russi; schierati in Polonia. Nelle sue intenzioni c’era il progetto di piegare velocemente lo Zar per poter addivenire ad un accordo e, nonostante la stagione invernale ormai abbondantemente in atto lo sconsigliasse, egli decise ugualmente di dare inizio alle operazioni.

Nel rispetto della tradizione di grande mobilità e manovrabilità che la “Grande Armée” si era guadagnata all’insegna del motto in base a cui “tutti devono marciare”, l’Imperatore intendeva entrare in profondità e rapidamente in territorio polacco, per riservare ai russi lo stesso trattamento “lampo” che aveva riservato poco prima ai prussiani.

Tra i motivi degli enormi disagi cui furono sottoposte le comunque resistentissime ed altrettanto motivate truppe francesi nel corso di questa campagna, c’era quello che era sempre stato un po’ il “tallone d’Achille” dell’Armata di Napoleone: la logistica. Fino a quel momento infatti, e con successo, la politica di approvvigionamento della “Grande Armée”, si era pressoché esclusivamente basata sul diretto reperimento risorse sui territori occupati e sul trasporto via carriaggi…questi due elementi cardine, purtroppo, saltarono completamente nel corso della Campagna d’Inverno (o di Polonia), sia per la povertà del territorio, che per il disastroso stato della viabilità, costituita per la quasi totalità, da carrarecce e viottoli che, quando non innevati, erano solo sentieri acquitrinosi e fangosi.

Entrato in Varsavia senza sparare una sola palla, il 28 novembre 1806, Napoleone superò poi la Vistola in cerca dei soldati dello Zar agli ordini del generale Bennigsen i quali, dopo le battaglie di Pultusk e Golymin (26 dicembre), adottarono quella che sarebbe stata più tardi (1812) la loro tattica principale…dileguarsi al calare delle tenebre, costringendo i francesi ad estenuanti inseguimenti. A questo punto della stagione, quasi “obtorto collo”, l’Imperatore dovette dare gli ordini per l’acquartieramento invernale, ma di lì a poco, il miraggio di un po’ di tregua per i provatissimi suoi uomini, svanì a seguito delle manovre di Bennigsen, che tentava di colpire qualche reparto francese che si fosse spinto a bivaccare distante dal grosso. Napoleone reagì rimettendo prontamente in moto la sua poderosa macchina militare e, dopo una serie di cruenti combattimenti preliminari, si giunse al già citato grande e sanguinosissimo scontro di Eylau. La leggenda si è impadronita di molti episodi legati a questa battaglia, e pare che l’Imperatore stesso che, come ho già avuto modo di riportare, la definì “un inutile macello”, abbia scritto, in una lettera alla Contessa Maria Valewska, vergata probabilmente sui resti fumanti di un qualche vagone munizioni e tra l’acre odore degli ultimi focolai residuo degli scontri, parole il cui senso potrebbe essere questo: “è una vittoria…che ha il sapore amaro di una sconfitta”.

Nella mia tela, una formazione di Grenadiers a Cheval della Guardia si appresta a caricare all’inizio di una di quelle violente scaramucce che, come detto, precedettero la giornata dell’8 febbraio 1807. Ha appena smesso di scendere una fina e fitta neve…di quelle che lasciano abbondanti “spolverature” bianche sugli indumenti e, dalla quantità e posizione del deposito, si intuisce che la compagine è rimasta per un po’ esposta ad un vento che, mentre nevicava, spirava dalla destra dello schieramento.

A tutti gli effettivi ho fatto indossare, sull’uniforme da campagna, il mantello regolamentare (blu scuro per gli ufficiali e sottufficiali, con mantellina guarnita al bordo da gallone dorato per i primi, celeste per il trombettiere e biancastro (impercettibilmente intessuto di fibre blu) con colletto blu scuro per i granatieri), tutti con saia interna scarlatta. In merito a questo effetto, mentre sembra certo che ai cavalleggeri della specialità sia stato distribuito, a partire dal 1813, un modello di “manteau-capote” provvisto di maniche ed ampia mantellina guarnita da 6 brandeburghesi in lana aurore, non si ha menzione di alcun tipo di manteau-capote per i trombettieri ed i musicanti, nel cui guardaroba sarebbe, dunque, rimasto sempre e solo il mantello qui rappresentato. Anche se l’arma lunga faceva normalmente parte dell’equipaggiamento, dato l’abbigliamento rappresentato, è lecito supporre che i quadri del reparto abbiano disposto che gli uomini agiscano armati delle sole pistole e della sciabola, lasciando i moschetti, di difficile trasporto ed utilizzo col mantello, presso il bivacco (anche se la cinghia di un moschetto fa capolino davanti al ginocchio destro del granatiere dietro il trombettiere). A conforto di ciò, va precisato che, ove possibile, le colonne di cavalleria erano precedute da “tirailleurs” la cui azione era tesa ad aprire la strada scompaginando le linee nemiche e creando le condizioni per il successo della carica durante la quale, le armi più impiegate, erano appunto pistole e sciabole.

Gli alti e monumentali berrettoni in pelo d’orso, con imperiale scarlatto e croce aurore (oro per gli ufficiali, come le altre guarnizioni del celebre copricapo), sottolineano la marzialità di questi cavalieri, rispettati ed ammirati nell’intero esercito e, perfino, all’interno degli elitari ranghi della Guardia (pare che l’aria di perenne, flemmatico e superiore distacco, avesse loro valso, con una punta di affettuosa invidia, il soprannome di “dei o giganti dai grossi tacchi”…e non erano certo gli unici a calzare i famosi stivali alti con elemento para-ginocchio.
I capelli incipriati e raccolti in un codino, tramite uno stretto nastrino di tessuto nero, rimasero a lungo una delle caratteristiche principali degli effettivi e, ancora sul campo di Waterloo, sembra che qualcuno di questi gentiluomini sfoggiasse tale tipo di acconciatura). Questi loro vistosi copricapo, sono un tipico esempio di come, nell’esercito francese di allora, i regolamenti (soprattutto nei reparti di cavalleria) fossero materia poco letta e, comunque, certamente poco seguita…essi, infatti, prevedevano, per il berrettone, un’altezza massima di 318 millimetri, ma rarissimamente se ne trovavano esemplari di altezza inferiore ai 350. C’erano anche materiali particolari, (come gli stivali da passeggio, a mezzo polpaccio di foggia “all’ungherese”, simili a quelli in uso alla cavalleria leggera, non “di commissariato”, per così dire), che venivano comperati al commercio a spese del singolo.

Requisiti per poter aspirare ad entrare nei ranghi, erano altezza non inferiore a 176 cm., 2 lustri di onorato servizio, partecipazione attiva a minimo 4 campagne e aver ricevuto almeno 1 menzione per il particolare coraggio dimostrato. Caratteristiche dell’unità, finché fu possibile soddisfare tali requisiti, erano le possenti cavalcature dal mantello morello o baio-scuro (con eccezione, ovviamente, dei trombettieri e dei musicanti che, come tradizione in tutti i corpi di cavalleria, tendevano a montare animali grigi).

La cavalleria pesante della Guardia seguiva, di norma, la stessa tattica di impiego di quella di linea…tutti erano mediamente in grado di gestire un cavallo nelle varie situazioni tuttavia, per ridurre al minimo gli “incidenti non dovuti al fuoco nemico”, pare si cercasse di fornire i reggimenti della Guardia, di cavalli “di buon carattere”. Tra i fattori di successo, c’era senz’altro la coesione e l’abitudine ad agire insieme e, per questo, era molto importante la presenza di sottufficiali esperti o militari anziani con lunga esperienza.

Notevoli, per l’ufficiale, i calzoni da campagna in tessuto blu scuro, mentre in analoghe circostanze, sottufficiali e truppa tendevano a servirsi di pantaloni in robusto tessuto grigio rinforzati (cuciti ai lati esterni o chiusi da bottoni d’osso ricoperti nello stesso materiale e colore). Il trombettiere ed i commilitoni, però, sembrano, anche in questa congiuntura, aver optato per i più conosciuti pantaloni in pelle di pecora chiari, anch’essi di previsto utilizzo in campagna (calzoni in pelle di daino, sempre chiari, erano normalmente riservati all’alta uniforme). Verso il 1808, all’interno del dischetto blu della coccardina fissata sul lato sinistro del berrettone, pare venisse applicata una piccola Aquila Imperiale (oro o aurore a seconda del rango), mentre, con l’alta tenuta, il copricapo si arricchiva di un alto e sgargiante pennacchio scarlatto oltre a cordoni intrecciati, fiocco e racchette (anch’essi oro o aurore a seconda della categoria di appartenenza dell’uomo).

Tutti hanno di già sguainato le lunghe lame leggermente ricurve dall’elaborata ed elegante elsa, recante un fregio di granata incastonato tra i rami anteriori della guardia (si noti come il trombettiere, pronto a suonare la carica, preveda a breve, dopo l’uso dello strumento, di doversi anch’egli affidare al freddo acciaio ed abbia, quindi, preventivamente assicurato la sciabola al polso destro tramite la dragona). L’ufficiale, in particolare, sembra impugnare una sciabola da truppa; l’elsa della sua lama (quest’ultima generalmente, anche se non sempre, azzurrata e guarnita in oro nel primo terzo) infatti, avrebbe dovuto essere una “Garde de Bataille” praticamente identica a quella adottata dai colleghi dei corazzieri e dei dragoni…probabilmente, nel sanguinoso turbillon degli scontri, il nostro gentiluomo deve essersi trovato sprovvisto della sua bell’arma bianca e, perduta quella ma non la vita, avrà provveduto all’immediato reperimento sul campo di una sciabola di qualcuno dei suoi uomini eroicamente caduto, forse proprio per salvarlo…e che avrà tenuto per conservarne e venerarne la memoria.

Il fregio di granata è presente anche alle estremità posteriori delle gualdrappe ma, dal 1808, sarà sostituito da una corona.

Dal 1800 al 17 maggio 1804, l’unità portò il nome di “Granatieri a Cavallo della Guardia Consolare” per assumere, il giorno successivo, quello di “Granatieri a Cavallo della Guardia Imperiale”. Legatissimo alla persona dell’Imperatore ed alle sue vicende, questo glorioso reparto attraverserà con onore la tumultuosa “Grande Epoque” per sparire, poi, definitivamente, il 25 novembre 1815.
Dopo la sfortunata avventura in Russia, che costò anche ai Granatieri a Cavallo un elevatissimo tributo in vite umane ed equine (pare siano rientrati in Patria non più di 120 uomini), il reggimento fu riorganizzato e, nel 1813, una compagnia si componeva di:

– 1 Capitano (Comandante);
– 2 Tenenti in prima;
– 2 Tenenti in seconda;
– 1 Marechal des Logis Chef;
– 6 Marescialli (Marechal des Logis);
– 1 Sergente o Sergente Maggiore Furiere (Fourrier);
– 10 tra Caporal Maggiori e Caporali (Brigadiers);
– 2 Marescialli maniscalchi;
– 3 Trombettieri;
– 96 Granatieri a Cavallo.

I Grenadiers a Cheval de la Garde si comportarono meravigliosamente ad Austerlitz ma l’iconografia ce li tramanda soprattutto sui campi della Campagna d’Inverno ed, in particolare, ad Eylau.

Tra i nomi celebri di questa unità, uno su tutti: il Colonnello Lepic che proprio ad Eylau (episodio immortalato anche in una splendida tela di Jean Baptiste Edouard Detaille), esortò i propri uomini che, schierati a cavallo pronti alla carica chinavano la testa per darsi una parvenza di riparo dalle pallottole russe, con questa frase rimasta celebre: “Su le teste!…la mitraglia non è merda”!

Chiudo con una curiosità: nel 1814, il restaurato governo monarchico, tentò di trasformare i Grenadiers a Cheval in corazzieri (della Guardia) ma, nel precipitare temporale degli eventi furono in pratica approvvigionate le tuniche di taglio analogo e quelle dei corazzieri (calzoni e stivali alti erano già in dotazione) mentre non giunsero in tempo corpetti ed elmi e, dunque, le circostanze ce li hanno tramandati con quella che dovette essere una soluzione “a metà” (corazzieri dalla vita in giù…granatieri dalla vita in su) ma con la quale sono entrati nella leggenda e, credo, anche nel cuore di molti.


Le trompette et sa pipe

a-028-20160211-c2-contStefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Le trompette et sa pipe

Tromba del IV Ussari, grande tenue de service post 1806, olio su tela, cm. 30 x 20

Omaggio ad Edouard Detaille ed a Lucien Rousselot:

Il mezzobusto ritrae un trombettiere del Quarto Ussari in gran tenuta di servizio in un periodo presumibilmente databile posteriormente al 1806.

Il Quarto Ussari, un altro dei più celebri reggimenti di questa specialità della cavalleria dell’Imperatore, portava uniformi che, per ufficiali, sottufficiali e cavalleggeri, comprendevano dollman e calzoni indaco, con paramani e pelisse scarlatti.

Tralasciando lunghe disquisizioni sui copricapo, che in molte circostanze ci (altro…)


Élan

m-056-20161101-c1-cont-fortStefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Élan

Tromba del VII Corazzieri, uniforme da campagna 1811 – inizi 1812 olio su tela, cm. 40 x 30

Lo slancio del “Tromba”, omaggio a Jean Louis Ernest Meissonier (l’illuminato maestro del grande Jean Baptiste Edouard Detaille), a Lucien Rousselot ed al Martinet.

Ho dipinto questo soggetto, ispirandomi e reinterpretando, uno splendido bozzetto “non finito” di Jean Louis Ernest Meissonier, ritraente un ufficiale dei corazzieri.

Nell’originale del Maestro francese, l’uomo è regolarmente equipaggiato con (altro…)