Una finestra aperta sulla «grande époque»

Le Lion Rouge

Le Lion Rouge

Le Lion Rouge

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Le Lion Rouge

Portrait de Michel Ney , Duc d’Elchingen, Prince de la Moskowa, Marechal de France, Chevalier de l’Ordre de Saint Louis, Grand Cordon de la Legion d’Honneur, Grande Croix de la Couronne de Fer d’Italie et de l’Ordre de Christ, 10 janvier 1769 – 7 decembre 1815, inspiré par une peinture de Francois Gerard, effectué en 1805.

Ritratto di Michel Ney, Duca di Elchingen, Principe della Moscova, Maresciallo di Francia, Cavaliere dell’Ordine di San Luigi, Gran Cordone della Legion d’Onore, Gran Croce della Corona Ferrea d’Italia e dell’Ordine di Cristo, 10 gennaio 1769 – 7 dicembre 1815, ispirato al ritratto del maresciallo firmato Francois Gerard, datato 1805.

Omaggio a Francois Gerard e Lucien Rousselot – ossequio a David G. Chandler ed al Generale Peter Young – olio su tela cm. 30 x 24, collezione dell’autore.

Ho dedicato questa piccola tela, all’impetuosa, controversa, eroica, romantica e sfortunata figura di uno dei più celebri marescialli dell’Imperatore corredandolo, rispetto all’originale dipinto dal Gerard con la giubba (demi tenue) e le insegne di servizio, dell’ampio e vistoso bicorno, con abbondante passamaneria in tessuto ocra e piumaggio bianco, previsto per il suo rango e grado.
Prima di procedere con le note storico-biografiche dell’uomo, una breve precisazione uniformologica : la tunica indossata è quella della media tenuta, con ricamo dorato a fronde di quercia su colletto, paramani e lungo la bottoniera. Con la petite tenue, lo stesso era posto solo su colletto e paramani mentre, con la grande tenue, prendeva gran parte del petto con ampia “V”, colletto, paramani e parte anteriore delle maniche.
Il 10 gennaio del 1769, nella cittadina di Sarrelouis (oggi nella Germania occidentale, ma allora sedimento francese della Lorena di lingua tedesca), tale Pierre Ney, bottaio (occupazione tutt’altro che rara in Francia a quel tempo…anche Gioacchino Murat, futuro Maresciallo di Francia, Principe Imperiale e Re di Napoli, aveva simili natali), divenne padre per la seconda volta, avendo la moglie dato alla luce un robusto e rubicondo bambino, cui fu posto il nome di Michel.
Educato dagli Agostiniani, il giovane venne ben presto avviato ad una tranquilla ma incolore carriera impiegatizia che, però, non tardò a contrastare, in modo nettissimo, con l’impetuoso carattere che in lui si stava formando (forse anche complice qualcosa nel sangue, il padre, infatti, aveva servito in armi durante la Guerra dei Sette Anni).
Come detto, la vita del “mezzemaniche” mal si addiceva al ragazzo, probabilmente affascinato dal prestigio dell’uniforme e desideroso di fama e gloria.
Con questi sentimenti, il 12 febbraio 1787, Michel fece volare le scartoffie e corse ad arruolarsi in un reggimento di cavalleria leggera (specialità ussari) dell’esercito di Re Luigi (una bella tela firmata Adolphe Brune, 1802 – 1875, ce lo mostra sottotenente del 4° Ussari nel 1792).
Un coraggio fisico decisamente fuori della norma, pari animosità ed ascendente, gli consentirono di distinguersi nelle guerre rivoluzionarie, salendo rapidamente i gradini della scala gerarchica, da semplice cavalleggero, a caporale addetto agli approvvigionamenti, sergente maggiore reggimentale, fino al transito nella categoria degli ufficiali.
Nel grado di tenente, fu aiutante di campo del Generale Lamarche che, nella scheda valutativa, fece decisa menzione del dinamismo, del coraggio e del grande senso tattico di Michel.
In breve, a soli 30 anni, aveva già le spalline di generale di divisione e a 33 confermava, con le nozze, il suo amore per la bella e dolce Aglaée Louise Auguiée, fanciulla cara al cuore della futura Imperatrice Giuseppina.
Con un apposito decreto, in data 19 maggio 1804, 18 dei vecchi alti comandanti dell’Esercito Francese, furono creati marescialli dell’Impero e, in questa prima “tranche” di nomine, Michel Ney era il 12°.
Il periodo aureo di questa energica figura di Soldato, è compreso tra il 1805 ed il 1811, con le sue imprese, anche dall’esito altalenante, nella cosiddetta “Campagna d’Inverno (1806 – 1807) ed in alcune fasi della Guerra Peninsulare, in Spagna e Portogallo.
Una sua splendida “performance” iniziale, con la Grande Armée, gli valse il titolo di Duca di Elchingen ma, contrariamente a quanto sarebbe stato più che lecito attendersi, non fu presente e non ebbe parte alcuna in quella che, a ragione, passa come la più luminosa vittoria dell’Imperatore : Austerlitz.
A Jena, la sua irruenza, o forse il suo eccesso di zelo, gli fece commettere imprudenze che avrebbero potuto compromettere l’esito favorevole della battaglia, cosa che l’Imperatore, seppur con una certa delicatezza (a quanto riferì sulla circostanza il Generale Savary), non mancò di rimarcargli…poco dopo, il maresciallo mitigava il disappunto imperiale prendendo Erfurt e Magdeburgo.
La visione logistica dell’Imperatore, consistente nell’ “alimentare la guerra con la guerra” (reperendo, cioè, quanto necessario alle truppe per vivere, muovere e combattere, sui territori occupati e con le locali risorse) unitamente all’intraprendenza caratteristica di Ney, portarono quest’ultimo, nei primi giorni del gennaio 1807, a spingere il contingente ai suoi ordini, in cerca di vettovaglie, quasi un centinaio di chilometri verso ovest, in territorio prussiano dove, in luogo degli agognati approvvigionamenti, trovò invece i moschetti dei prussiani agli ordini del Generale Lestoq, che lo costrinsero ad una frettolosa manovra in ritirata.
Quel male, però, non era il solo; contestualmente, il russo Benningsen non pensò minimamente che i soldati francesi fossero giunti sin lì solo in cerca di viveri; egli si era convinto che stessero lanciando un’offensiva massiccia, per cui impartì ai suoi l’ordine di avanzare, deciso a cacciarli dalla bassa Vistola.
Quasi superfluo arguire che l’Imperatore ebbe nuovo motivo di rimbrottare Ney per aver dato il “la” alla manovra dei russi ma poi, valutata una certa fragilità del fianco sinistro di Benningsen, Napoleone decise di perseverare in quello che era stato l’involontario errore del suo maresciallo, costringendo i russi ad un cruentissimo scontro sul terreno di Eylau (8 febbraio 1807, del quale egli stesso ebbe a dire essersi trattato di “un inutile macello”).
La battaglia, violentissima e combattuta in condizioni climatiche tremende (una sibilante e fittissima tormenta di neve con temperature scese, la sera prima, fino a 30 gradi sotto lo zero termico, che uccisero un buon numero di effettivi da ambo le parti), vide le valorose e stoiche truppe francesi ad un passo dal disastro, ma la giornata fu risolta proprio grazie all’arrivo del contingente di Ney, che attaccò i russi sulla destra, ed alla leggendaria, travolgente e corale carica di cavalleria guidata da Murat (circa 10.800 sciabole, quasi certamente la più imponente carica di cavalleria della storia).
La gloriosa giornata di Friedland (14 giugno 1807), pose termine a questa grande e lunga campagna Napoleonica. L’Imperatore definì Ney “un leone” mentre, quella sera, gli sfilava innanzi alla testa dei suoi, contribuendo a fargli festeggiare il settimo anniversario di Marengo, con un altro dei suoi più celebrati trionfi.
Fu proprio a seguito di queste circostanze (che Ney non mancò di riferire alla consorte per lettera, sottolineando la sua fierezza di “essere Francese”), che il maresciallo ottenne il già citato titolo di Duca di Elchingen, incassando anche l’entusiastico encomio di Berthier, che ne paragonò il comportamento a quello degli antichi e più nobili Cavalieri.
Onori e successo, si sa, possono però ingenerare invidie e risentimenti e se Berthier si inchinava ai meriti del collega, un altro suo pari, il “Maresciallo di Ferro”, Davout, cercò di rimarcare il bailamme amministrativo che affliggeva il Corpo agli ordini di Ney, nonchè il censurabile comportamento delle sue truppe all’ atto dell’attraversamento di Varsavia, dove si erano levate numerose voci riferenti di saccheggi, malversazioni ed altri delitti.
All’inizio del mese di agosto del 1808, Ney fu destinato all’Armata di Spagna (laddove il suo arrivo fu salutato come una ventata di iniziativa e dinamismo per le truppe francesi che, in quella terra, sembravano difettarne da lungo tempo).
L’aria della Penisola Iberica, però, non si dimostrò salubre per le armi d’oltralpe e per i loro comandanti, Ney compreso che, oltretutto, palesò un comportamento riottoso, indisciplinato e niente affatto collaborativo con tutti i suoi superiori, eccezion fatta per il “Grande Còrso”.
In quello sfortunato contesto operativo, inoltre, il suo coriaceo animo fu molto toccato dalla perdita, nel fatto d’armi di Cacabellos (3 gennaio 1809), del suo caro e fidato amico, il Generale Auguste Colbert, a proposito del quale aveva un giorno detto : “Quando Colbert comanda i miei avamposti, io posso dormire tranquillo”.
Dopo la morte di Colbert, Ney inviò un suo aiutante di campo a recuperare i di lui effetti personali pensando, con una tenerezza di certo a lui non usuale, che moglie e figli avrebbero avuto piacere di rivedere ciò che apparteneva al loro caro. Questo, forse, può valere come controprova alla diceria secondo cui Ney avrebbe sempre e comunque tenuto a debita distanza i suoi generali.
Michel Ney sapeva dimostrarsi anche un avversario assai cavalleresco e qualcosa ne seppe un soldato inglese, il Maggiore Charles James Napier, ferito ben 5 volte nello scontro de La Coruna, caduto suo prigioniero e che Ney trattò con la cortesia che si riserva ad un amico, piuttosto che con la freddezza che si potrebbe usare con un nemico in cattività.
Fu, comunque, nella epica e sfortunata Campagna di Russia, che Michel Ney assurse a vera e meritata leggenda ; esordì con una ferita al collo subita nel combattimento di Smolensk, che non ne minò la capacità operativa ed ebbe modo di distinguersi come il “rosso leone” che era, a Valutino e, in special modo, alla Moscova (Borodino), località di cui fu gratificato con il titolo di Principe; ma nel corso della immane e devastante ritirata, la nobiltà del suo agire ed il costante sprezzo del pericolo, gli valsero immortale fama.
L’Imperatore abbandonò Mosca il 19 ottobre 1812 e, dopo un paio di settimane di riflessione, affidò a Ney, con ordine datato 3 novembre, il comando della Retroguardia…dal cielo plumbeo, cominciavano a scendere i primi fiocchi di neve.
Frattanto, dei circa 100.000 uomini che avevano lasciato la capitale russa, solo in 40.000 erano riusciti ad arrivare a Smolensk.
Il generale britannico a riposo e storico militare Peter Young (che scrive su Ney per David G. Chandler), riferisce che al maresciallo era stata affidata una forza comprendente 6.000 fanti, 1 squadrone di cavalleria e 12 cannoni (a proposito di cavalli, si ricordi che nella sola mischia di Borodino, ne morirono oltre 6.000 e che più di 30.000 perirono nei primi cinque giorni di ritirata da Mosca per malnutrizione e mancanza di adeguate cure. Si narra di reparti di corazzieri e di altre specialità, costretti a condurre, appiedati, alla cavezza le loro cavalcature ridotte alla fame e non più in grado di reggerli sulla groppa ; sembra si potesse contare su un ufficiale veterinario ogni 500 animali circa…un po’ poco per quella congiuntura situazionale e meteorologica e, dell’enorme moria di cavalli di quella campagna, pare l’Europa abbia risentito, in termini di rimonte, sino agli esordi della Seconda Guerra Mondiale).
La bella ed avvincente penna del Generale Young, riporta un aneddoto che ci mostra il Maresciallo Ney, perfettamente calato nei panni di un Capitano Bayard “post litteram”: il 18 novembre 1812, valutata la situazione della retroguardia francese come disperata, il generale russo Miloradovic inviò un suo alto rappresentante a Ney per chiederne la resa, ricevendone questa risposta : “Maresciallo di Francia non si arrende mai; non vi può essere trattativa mentre si continua a sparare: voi siete mio prigioniero”.
Per tutta la tragica ritirata, il comportamento di Ney fu sublime, commuovente, magnifico ; il suo proverbiale coraggio fisico ed il suo consumato tatticismo, gli furono costanti compagni. Maresciallo di Francia, le cui fronde di quercia in passamaneria dorata e le insegne di rango sulla logora giubba, avevano ormai il colore del fango e del sangue rappreso, moschetto alla mano si mise, innumerevoli volte, alla testa dei relitti umani ai suoi ordini, guidando altrettante cariche contro le insidiose formazioni cosacche che, come novello Maramaldo, tentavano di uccidere uomini pressochè già morti (anche l’arte figurativa dell’epoca rese il giusto tributo a cotanta grandezza e, al riguardo, non posso non far menzione di splendide opere pittoriche, come quelle di Adolphe Yvon e Paul Emile Boutigny, che superbamente celebrano questi fatti).
Il Generale Young riferisce che nel corso di una delle quotidiane marce, che per uomini in quello stato dovevano risultare estenuanti anche se solo di poche miglia, un carriaggio ruppe il lastrone di ghiaccio su cui stava difficoltosamente procedendo, iniziando ad affondare nell’acqua gelida, mentre un uomo, disperatamente abbarbicato ad una delle sponde, cercava di restare a galla. Ebbene, mentre all’intorno l’istinto di autoconservazione, l’apatia e il diuturno spettacolo della morte avevano di certo fiaccato nei più ogni possibile slancio di generosità ed altruismo, Ney non ci pensò neppure un attimo e, carponi, strisciò sul ghiaccio fino ad afferrare il malcapitato ed a trarlo in salvo; riconosciuto poi l’uomo, stemperando la drammaticità del momento, si narra gli abbia detto : “Ah, siete voi de Briqueville… sono lieto che vi abbiamo ripescato”…immenso.
Il peggio, continua sempre il Generale Young, si temette il 20 novembre, quando il maresciallo, con gli ultimi 2000 uomini rimastigli, fu isolato dal grosso ad opera di un’orda di cosacchi presso Orcha ; paonazzo in viso e con quella voce che ormai per tutti era il richiamo della Patria e dell’Onore Militare, gridò ai tamburi di battere la carica e guidò un ennesimo assalto disperato. Quando poi un ufficiale polacco riuscì a far avere a Napoleone la notizia che Ney era incredibilmente riuscito ad aprirsi un varco, l’Imperatore l’accolse come si trattasse di una splendida vittoria e fu in quell’occasione che parlò di Ney come del “più prode dei prodi”, aggiungendo che avrebbe volentieri dato fino all’ultimo dei 300 milioni di franchi che aveva alle Tuileries, pur di salvarlo.
Altra scena di corale commozione si ebbe quando Ney ed i suoi 925 superstiti, furono raggiunti dai rinforzi del Principe Eugenio che portò gli effettivi agli ordini del “Leone Rosso” a 4.000 unità, alla cui testa riuscì a garantire una sorta di cornice di sicurezza ai miserevoli resti della Grande Armata che, come lacero, sanguinante, lunghissimo, silente e scuro serpente umano, sulla bianca e gelida distesa, si trascinavano verso ovest.
Dopo ogni tornata di cammino, gli uomini di Ney, approntavano una salda posizione difensiva / bivacco, sfruttando quello che poteva essere l’ostacolo o il vantaggio naturale offerto dal terreno (un dosso, una forra, un sottobosco)…nelle marmitte si cuoceva un frugalissimo e povero pasto, si riposava qualche ora e, col favore delle prime tenebre, si riprendeva il cammino fino all’alba del giorno successivo…e così via.
Poco innanzi alla Retroguardia, alcune migliaia di sbandati, gran parte dei quali feriti e congelati, si sarebbero di certo lasciati morire se Ney, con ordini, spintoni, urla, suppliche, minacce ed arringhe, non li avesse tenuti in continuo movimento.
In quelle contingenze, e con formazioni cosacche sempre addosso, la solerte assiduità con cui Berthier continuava a partorire e far giungere direttive, non deve aver contribuito gran che alla calma ed al morale del povero Ney.
Il Generale Young riferisce che, alla data del 13 dicembre, al maresciallo erano rimasti soltanto 100 uomini, con i quali riuscì a tenere il ponte di Kovno e, in proposito, cita testualmente gli appunti / memoria del veterano Capitano Jean Roch Coignet : “Il Maresciallo Ney ha eseguito la ritirata alle 21, dopo aver distrutto tutto quanto restava della nostra artiglieria, delle munizioni e delle vettovaglie e aver bruciato i ponti. A tutta lode del Maresciallo Ney, si può dire che egli tenne a bada il nemico a Kovno, in virtù del suo solo coraggio. L’ho visto mentre imbracciava il moschetto e affrontava il nemico insieme a cinque uomini. La nazione dovrebbe essere orgogliosa di aver dato i natali a uomini simili”.
Molti storici concordano sul fatto che, tra le più indicibili sofferenze patite da uomini in armi nel corso dell’intera vicenda degli umani conflitti, ci siano quelle dei superstiti dell’Armata di Napoleone in Russia ; la loro inenarrabile “Via Crucis”, in quelle sconfinate steppe, durò 5 mesi ed è oramai patrimonio di comune conoscenza il fatto che l’ultima impronta di uno sdrucito stivale francese, sul suolo russo, sia stata lasciata da Ney.
Mi affido ancora alla penna del Generale Young, per un altro aneddoto che, come già quello del salvataggio del buon de Briqueville, ci mostra nuovamente la tempra e, perchè no, anche la simpatia di un arruffato ed indomito “Gladiatore” come Michel Ney : “Il 15 dicembre, Ney giungeva a Gumbinnen, nella Prussia orientale. Indossava un cappotto sdrucito, grigio scuro, su un’uniforme a brandelli e sudicia. Sopra la barba incolta brillavano, nel viso scuro, gli occhi cerchiati di rosso. Questa figura apparve d’improvviso davanti al soprintendente generale della Grande Armata, il conte Mathieu Dumas (1753 – 1837), che in quel momento era a colazione. “Eccomi qui”, disse Ney. “Chi siete ?” ribattè Dumas. “Come, non mi riconoscete ? Sono il Maresciallo Ney, della Retroguardia della Grande Armata. Ho bruciato le ultime cartucce sul ponte di Kovno. Ho buttato gli ultimi moschetti nel Niemen. Sono giunto qui attraverso enormi distese innevate. E poi, ho una fame da lupo. Fatemi portare una scodella di minestra !”.
Ancora si disquisisce sul numero esatto dei soldati dell’Imperatore che riuscirono a fare ritorno dalle steppe russe, ma è certo che, chiunque ce l’abbia fatta, deve la propria sopravvivenza a Michel Ney, che spronando, urlando, pregando e imprecando in francese o tedesco, secondo i casi e l’umore, lo ha tirato fuori da quell’inferno di ghiaccio, di agguati cosacchi e di morte.
Il Generale Young, citando testimoni diretti e circostanze sia operative, che di natura più personale, ci mostra come il 1813, eccezion fatta per il 25 marzo, giorno in cui l’Imperatore lo gratificò con il titolo di Principe della Moscova, sia stato, per Ney, un anno assai travagliato; a Bautzen (20 – 21 maggio), la sua errata interpretazione di un ordine dell’Imperatore (vergato in verità a matita e nella usuale pressochè illeggibile grafia), gli fece commettere un grave errore tattico che, per poco, non compromise l’esito dello scontro.
Ney si distinse a Dresda (26 – 27 agosto), ma non riuscì, non avendo effettuato in precedenza un’accurata ricognizione, a prendere Berlino (come gli era stato ordinato dal Grande Còrso), anzi prendendo una sonora scoppola da Bulow, che lo ricacciò oltre l’elba con 24.000 uomini e 50 bocche da fuoco in meno.
Nel convulso e sanguinoso dipanarsi di tutte queste vicende, il Generale Young ridimensiona (data la murevolezza della personalità del nostro), il suo presunto risentimento personale nei confronti dell’Imperatore, ma conferma la generale scontrosità e chiusura del Duca di Elchingen verso colleghi e sottoposti (pare intrattenesse buone relazioni solo con il Maresciallo MacDonald).
Ney si battè con grande coraggio e valore nella Campagna di Francia, alla testa delle 16.000 baionette della Giovane Guardia e, a Montmirail, non esitò a scendere da cavallo per guidare, a piedi e di corsa sciabola in pugno, 6 battaglioni dei suoi ragazzi contro russi e prussiani, arroccati a difesa della fattoria di Les Greneaux ; l’impeto che il maresciallo riuscì ad imprimere a questo atto tattico fu tale, che il nemico sloggiò alla chetichella lasciando, sul posto, artiglierie, avantreni e financo masserizie e utensili da cucina.
A Fontainebleau, fu lui solo a trovare un altro tipo di coraggio ; quello di parlare, a nome dei suoi colleghi, per chiedere all’Imperatore di abdicare.
Dopo la partenza dell’Imperatore per l’Elba, Ney poteva ben dire di essere il più noto e popolare uomo d’armi di Francia e si era “sistemato con Sua Maestà” Luigi XVIII, uomo mansueto, accomodante e timido, che lo aveva fatto membro del Consiglio di Guerra, affidandogli il comando supremo dell’Arma di Cavalleria, al cui riordino e riorganizzazione, il “Leone Rosso” dedicò le sue migliori energie (cosa che gli venne ampiamente riconosciuta dal collega Soult, anch’egli accomodatosi sullo scranno di Ministro della Guerra).
Il carattere sanguigno ed i bruschi e spicci modi del Principe della Moscova, assai più popolari ed apprezzati tra le truppe, che nelle sale delle Tuileries, non tardarono a creare qualche scompiglio ed imbarazzo a corte ed il bonario monarca, nel tentativo di arginare quel fiume in piena, lo nominò suo “Gentiluomo di Camera”.
Quando si diffuse la notizia della fuga dell’Imperatore dalla residenza forzata dell’Isola d’Elba, Luigi XVIII convocò Ney il quale, accomiatandosi dal monarca, promise che avrebbe riportato Napoleone a Parigi rinchiuso in una gabbia di ferro ; cronache e filmografia sono concordi nel riferire che il re abbia flebilmente mormorato, tra sè e sè mentre Ney se ne stava andando, di “non aver chiesto affatto nulla di simile”.
Emissari dell’Imperatore contattarono Ney, che era in marcia col suo contingente (di cui pare fosse parte integrante il celebre “5° di Linea”) il 12 di marzo, per consegnargli uno scritto di Napoleone che lo invitava a raggiungerlo a Chalons, eseguendo le disposizioni del Gran Maresciallo Bertrand. L’Imperatore assicurava, nella missiva, che lo avrebbe accolto come già fece dopo la Battaglia della Moscova.
Forse proprio queste ultime parole toccarono il grande cuore di Ney che, invece di ritirarsi come altri suoi più tiepidi colleghi (vds. Moncey, Oudinot e MacDonald), decise di andare incontro all’Aquila Iperiale.
Il faccia a faccia tra Michel Ney e Napoleone e rispettive compagini armate, avvenne presso Auxerre, il 18 marzo ; l’abbraccio tra i due e tra i soldati alle loro spalle che, invece di spararsi addosso, scaricarono in aria i loro moschetti al grido di “Vive l’Empereur”, rappresenta un’altra delle pagine più commuoventi di quella leggenda moderna che sono la fuga dall’Elba, lo sbarco sul suolo Francese e la marcia verso Parigi.
Napoleone lo accolse abbracciandolo, come detto e come avvenne, ma è altrettanto un dato di fatto che, da quel 18 marzo fino all’11 giugno, non gli assegnò alcun incarico.
L’11 giugno, potremmo dire oggi “last minute”, il Ministro della Guerra Davout ricevette l’ordine di far sapere a Ney che, se avesse voluto prendere parte ai primi scontri, avrebbe dovuto trovarsi ad Avesnes il giorno 14.
Il maresciallo sapeva quanto il suo nome fosse caro al cuore di quei soldati che, di nuovo, si trovavano a marciare all’ombra delle bronzee ali dell’Aquila Imperiale e, seppure forse con una punta di rammarico per il tardivo invito, accorse…e gli fu assegnato il comando dell’ala sinistra dello schieramento francese.
Il 16 giugno, a Ligny e Quatre-Bras, divamparono i primi asperrimi combattimenti e Ney non riuscì a disimpegnarsi per colpire il fianco destro del 72enne Blucher che, con la forza di un ragazzo ed inscalfibile carisma, guidava i suoi con l’obiettivo di non disattendere gli accordi e le intese che lo legavano all’assai più flemmatico, ma non meno preoccupato alleato, Sir Arthur Wellesley, I Duca di Wellington, comandante in capo dello schieramento della coalizione anti-francese.
A Quatre-Bras Ney fece il dovuto, contando sul buon Reille e quando Wellington, presente sul posto, li impegnò su tutto il loro fronte, il maresciallo inviò pressanti richieste di aiuto a D’Erlon, il quale invece (ancora oggi si disquisisce sul perchè) si perse in una inconcludente piroetta di marce e contromarce tra i due campi di battaglia di Ligny e Quatre-Bras, per l’intera giornata.
Il 17 giugno, mentre le nubi che portarono a lunghe ore di pioggia si stavano addensando, fu imprudentemente consentito a Wellington di ripiegare senza alcun fastidio su Waterloo.
Alle 11.30 del 18 giugno (con notevole ritardo sullo sperato, onde consentire al terreno reso quasi impraticabile dalle piogge della notte passata, di asciugarsi almeno un po’ e garantire, seppur in minima parte, una qualche efficacia all’effetto rimbalzo del tiro di artiglieria), comincia la Battaglia di Waterloo.
Nel “mare magnum” di saggi, trattati, cronache, diari e quant’altro su questo immane combattimento che vide scontrarsi, in un rettangolo di poco meno di 5 chilometri per 2,5, circa 140.000 uomini, un’opera dal rigore storico straordinario, scritta in uno sfavillante stile letterario, che sa catturare l’affascinato lettore e metterlo a bordo di un’ipotetica macchina del tempo che lo porta a sorvolare, come un drone a qualche metro da terra, l’intero campo d’azione soffermandosi su singoli episodi, atti tattici, situazioni, rugosi e coriacei veterani e imberbi ragazzi, fumi, suoni, frastuoni, grida, nitriti, scalpiccii e sferragliamenti, odori e sudori, sangue e fango tra il grano e le segale calpestate, è “La Battaglia – Storia di Waterloo” del Professor Alessandro Barbero, a cui rimando per una capillare disamina dei fatti.
Ai fini delle note biografiche sullo sfortunato Maresciallo Ney, sarà sufficiente l’estrema, ma nondimeno esaustiva, sintesi, desunta dall’elaborato del Generale Young :
Respinto negli attacchi pomeridiani che sferrò, impegnando principalmente la fanteria, Ney cominciò ad agire in completa autonomia decisionale mentre, forse, anche lui scorgeva, in grande lontananza oltre Plancenoit, la polvere sollevata dalla marcia di avvicinamento di quelle che, poi, si sarebbero rivelate le avanguardie prussiane. Chiamò allora, attorno a se, i corazzieri di Milhaud, per lanciarli contro i quadrati inglesi tra le fattorie di Hougoumont e La Haie Sainte. I quadrati inglesi ressero saldamente al dilagare, tra essi, degli splendidi cavalieri dagli elmi criniti che però, impegnati anche dalla cavalleria di Uxbridge, furono costretti alla ritirata lungo il declivio.
Ney, senza darsi affatto per vinto, impegnò allora altre compagini di cavalleria pesante; i contingenti agli ordini di Kellermann ma, se il suo eroismo personale fu encomiabile, non lo fu la sua leggerezza nel non aver previsto un appoggio di fanteria a questa azione che, pertanto, fallì.
Era, frattanto, ormai giunto il tardo pomeriggio ed il campo era un vero inferno di fuoco, fumo e grida dove si moriva ovunque…l’Imperatore ordinò a Ney di lanciare un altro attacco su La Haie Sainte. Questa volta l’azione riuscì, grazie anche al fatto che la guarnigione a difesa aveva esaurito le munizioni.
Sarebbe stato necessario consolidare la posizione e sfruttare il locale successo, ma il rosso leone aveva, poco prima, totalmente sfiancato quella che era la miglior cavalleria pesante del mondo e, quindi, inviò il Colonnello Heymès all’Imperatore, per domandare l’invio di altre truppe.
Heymès raggiunse il Grande Còrso in un momento in cui il posto comando imperiale era fatto segno dal tiro di bocche da fuoco prussiane e mentre le corazze di corazzieri e carabinieri a cavallo, brillavano al sole per gli ultimi istanti, prima che chi le indossava stramazzasse al suolo tra le segale e il grano.
“Delle truppe ?…dove volete che le prenda…volete che le fabbrichi ?” Così si sentì rispondere, da Napoleone, il messaggero Colonnello Heymès.
Più tardi l’Imperatore, tentando un estremo tiro di dadi, decise di impegnare la Vecchia Guardia, confidando ancora in Ney.
Intrepido ed indomito, il maresciallo si mise alla testa di 5 battaglioni, ma non li diresse, come sarebbe stato logico attendersi, contro la breccia che era riuscito ad aprire a La Haie Sainte, ma a pochi passi da dove, in precedenza, aveva caricato con la cavalleria pesante. Gli inglesi, naturalmente, avevano avuto un tempo sufficiente a riorganizzarsi e, dopo aver retto bene anche a questa spallata, reagirono con tale energia che anche quei valorosi veterani dalla scorza durissima cominciarono a vacillare.
La fortuna volgeva decisamente a favore delle giacche scarlatte e Wellington, accortosi del primo, incredibile cedimento della Guardia, lanciò le sue Foot Guards alla carica alla baionetta.
Per la prima ed unica volta, su un campo di battaglia, si udì il grido “La Garde recule !” (la Guardia si ritira)…quella che ancora, forse, poteva conservare l’aspetto di una eroica, dignitosa ritirata, si trasformò in una rotta.
Ney aveva avuto 4 cavalli uccisi sotto di sé e, mentre tentava, caracollando, di radunare dei fuggiaschi superstiti della Divisione Durutte per un’ultima, disperata carica, urlò : “Venite a vedere come muore un Maresciallo di Francia !”…e montò in groppa ad un quinto cavallo rimediatogli dal Maggiore Shmidt (Lancieri Rossi).
Le tenebre stavano rapidamente calando sul campo e, dal fiume di sbandati in fuga, non si trovò nessuno che volesse ancora tentare di serrare i ranghi, nemmeno per compiacere il mitico eroe della ritirata di Russia e non è fantasia pensare che, tra questi, ci fosse ben più di uno che era tornato vivo di là, grazie a lui.
Anche Ney, come molti altri, non ne poteva davvero più.
Giunto a Parigi il 20 giugno, vi si fermò fino al 6 luglio, poi si mise in viaggio per il maniero di Bessonie, nei pressi di Aurillac, dove arrivò il 29 ; lì, 5 giorni dopo, veniva arrestato.
Il restaurato governo borbonico, mise presto Ney sotto processo e quando i suoi avvocati, nel tentativo di salvargli la vita, non trovarono di meglio che appellarsi al fatto che il suo paese natale non era più possedimento del Regno di Francia, il Principe della Moscova si erse in tutta la sua fierezza, asserendo di essere francese e di saper morire da francese.
Condannato a morte da una Corte Marziale composta da suoi pari, comparve davanti ad un plotone di esecuzione, di 12 soldati, il 7 dicembre 1815, al Carrefour de l’Observatoire, nei giardini del Lussemburgo.
Disse agli uomini che avrebbe dato lui stesso l’ordine di far fuoco e raccomandò di eseguirlo, mirando dritto al cuore…cadde colpito da 11 palle ; uno dei moschetti aveva sparato alto sul muro.

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Bibliografia : Superbur Saggi – David G. Chandler “I Marescialli di Napoleone” – parte sul Maresciallo Michel Ney, a cura del Generale di Brigata a riposo dell’Esercito Britannico e storico militare, Peter Young.

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