Una finestra aperta sulla «grande époque»

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Mon beau général

Mon beau général
Mon beau général

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna): “Mon beau général” – Ritratto del giovane Generale Teodoro Lechi (Brescia 16 gennaio 1778 – Milano 2 maggio 1866) tecnica mista pastelli ed olio su cartoncino spolvero, cm.37 x 27, collezione privata.

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna): “Mon beau général” – Portrait du jeune General Teodoro Lechi (Brescia 16 janvier 1778 – Milan 2 mai 1866), tecnique mixte pastels et huile sur carton saupudré, cm. 37 x 27, collection privée.

Quattordicesimo della numerosa figliolanza di Fausto Lechi, dopo le nozze con la Contessa Clara Martinengo Cesaresco, si arruolò, 19enne, nella “Legione Bresciana”, per poi approdare, all’atto della proclamazione della Repubblica Cisalpina, alla “VI Legione Cisalpina” (della quale guiderà il Primo Battaglione).

Schieratosi subito dalla parte del Generale Napoleone Buonaparte, quando questi divenne Presidente della Repubblica Italiana, Teodoro ottenne di far parte della ristretta élite della nuova Guardia Presidenziale della Repubblica Italiana che poi, in breve, salito Napoleone al Trono Imperiale di Francia e Reale d’Italia, diverrà “Guardia Reale”.

Promosso colonnello nel 1803, trascorse due anni nella Capitale Francese per conseguire ed affinare un addestramento militare di primissimo livello e, rientrato in Italia, assunse il comando dei Granatieri della Guardia Reale Italiana, del nuovo Viceré Eugenio di Beauharnais.

Eugenio rimase assai colpito dalle doti del brillante, giovane Teodoro tanto che, a seguito di suoi quasi certi buoni uffici, il Lechi si vide nominare, già nel 1805, Scudiero del Re d’Italia, ricevendo in consegna, dall’Imperatore Napoleone in persona, le Aquile e gli Stendardi della Guardia Reale.

Al seguito del Principe Eugenio di Beauharnais, Teodoro fu in azione ad Austerlitz, nel Veneto, in Dalmazia, in Albania e in Ungheria ottenendo, nel 1809, la promozione al grado di generale di brigata.

Per il suo encomiabile comportamento nella grande Battaglia di Wagram (1809), fu gratificato con il titolo di Barone dell’Impero.

Il 10 febbraio del 1812, alla testa della Guardia Reale Italiana, partì per quella che sarebbe stata la sfortunata Campagna di Russia e, distinguendosi sempre per perizia, acume e coraggio, sguainò la sciabola in tutti gli scontri, compresi quelli, accaniti e disperati, della epica e tragica ritirata.

Nel 1813 e 1814, fedele all’Imperatore, fu alla testa della IV Divisione dell’Armata d’Italia, nelle campagne della guerra contro gli austriaci.

A seguito della firma dell’armistizio da parte di Eugenio di Beauharnais, Teodoro si impose allo stupore e all’ammirazione dei suoi uomini, per un gesto davvero singolare; per assoluta e incrollabile fedeltà alla Guardia, fece dare alle fiamme Stendardi e Aquile (a meno di una sola Aquila, che custodirà gelosamente per oltre 30 anni), e ne mangiò le ceneri assieme ai suoi ufficiali.

Ancorchè ormai canuto, offrì la sua sciabola anche per le campagne risorgimentali italiane ritirandosi, poi, in Piemonte, dove il Re Carlo Alberto lo nominò generale d’Armata (e Teodoro, in segno di riconoscenza, gli farà dono dell’unica Aquila Napoleonica scampata all’eroico e sacrificale “pasto” del 1814).

Solo nel 1859 fece ritorno in Lombardia, stabilendosi a Milano dove, nel 1866, si spense all’età di 88 anni.

L’Imperatore amava appellarlo familiarmente “mon beau général”.

E’ molto probabile che sia proprio ispirato al Lechi il personaggio del Conte di Pietranera descritto da Stendhal ne “La Certosa di Parma”.

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