Una finestra aperta sulla «grande époque»

Pro Petri Sede

Pro Sede Petri

Pro Petri Sede

Stefano Manni (dell’Isola di Torre Maìna)

Pro Sede Petri

Mentana, 3 novembre 1867 – morte di uno zuavo pontificio – pastelli misti ed olio su cartoncino spolvero, cm. 45 x 33 (2019).

Ho eseguito questo lavoro per le esigenze editoriali dei cari amici Pierluigi Romeo di Colloredo Mels e Paolo Capitini, che hanno recentemente steso pregevoli opere saggistiche e letterarie sulla Campagna dell’Agro Romano e sulla Battaglia di Mentana.

L’immagine nasce da una libera reinterpretazione di una splendida tela di

Jean Baptiste Edouard Detaille, intitolata “Paul et André Déroulede à Sedan”.

Nell’opera del grande maestro d’oltralpe, uno zuavo francese muore tra le braccia di suo fratello, durante la battaglia di Sedan (Guerra Franco-Prussiana).

Nel mio lavoro, la situazione è pressochè la medesima, ma vi si rappresenta un caporale degli zuavi pontifici morente tra le braccia di un sottufficiale, nella fumosa evanescenza di un momento della battaglia di Mentana (3 novembre 1867, combattuta tra i franco-papalini e le camicie rosse di Garibaldi, che furono pesantemente sconfitte).

A Mentana infatti, in quella giornata, si fronteggiarono il contingente pontificio (agli ordini di Hermann Kanzler, passato poi alle cronache come “l’ultimo generale di Cristo”) di cui facevano corposa parte gli zuavi del Papa, affiancato da quello francese (guidato da Balthazar Alban Gabriel de Polhes) e i volontari italiani di Giuseppe Garibaldi.

La scena vede un autorevole “sergent chef” degli zuavi pontifici che, con espressione di virile e marziale dolore, sorregge il corpo, ormai senza vita, di uno dei suoi ragazzi migliori, ferito a morte.

All’atto della loro costituzione, più di una voce si levò a difesa del loro abbigliamento, da qualcuno ritenuto assai inconsueto, sostenendo essere questo, per quanto insolito e pittoresco, congruo con il clima temperato del centro Italia ma, nei Sacri Palazzi, ci fu qualche cardinale che storse il naso al pensiero di abbigliare i soldati del Papa, in maniera così vicina alla moda e tradizione musulmana.

Nel gennaio del 1861, comunque, il reparto, e le sua uniforme, ebbe il definitivo “placet” delle Supriori Autorità e Sua Santità Papa Pio IX ricevette, in Piazza San Giovanni in Laterano, il giuramento di fedeltà alla sua persona “usque ad mortem”, da parte dei primi Zuavi Pontifici.

Inizialmente, i ranghi dell’unità erano composti da volontari olandesi, belgi e francesi ma, nel giro di pochi anni, il carattere internazionale del reggimento fu sempre più evidente: oltre a numerosi italiani (in prevalenza emiliani, toscani, veneti e romani), affluirono anche irlandesi, polacchi, scozzesi, ungheresi, boemi, spagnoli, portoghesi e svizzeri.

Ansioso di servire in armi la sacra persona del Sommo Pontefice, accorse anche uno sparuto gruppetto di statunitensi, australiani e canadesi.

In breve, nell’ultima adunata in Piazza San Pietro del 1870, quando Papa Pio IX li sciolse dal giuramento, chiamandoli “i miei figli migliori”, tra gli oltre 3000 Zuavi Pontifici convenuti, c’erano anche 2 brasiliani, 2 equadoregni, 1 peruviano, 1 cileno, 1 turco e financo 1 cinese.

A parte ufficiali e sottufficiali anziani e già veterani, le fila della truppa erano composte in maggioranza da ragazzi poco più che adolescenti, ma si poteva trovare anche qualche stagionatissimo gentiluomo, come un certo De Coislin, che si arruolò mentre si avviava al suo 66° compleanno.

La minaccia incombente, in quel periodo storico, sullo Stato della Chiesa, fece accorrere in questa strana ma motivatissima sorta di “Legione Straniera” del Papa, numerosi figli della migliore aristocrazia europea, come anche agiati borghesi e semplici lavoratori della terra, uniti da un patto di fratellanza d’armi di tipo medioevale, che annullava le differenze di ceto e censo e non di rado, nel grado militare, le stravolgeva addirittura (esemplare, al riguardo, il caso del Principe Alfonso Carlo di Borbone d’Austria Este, pretendente al cristianissimo Trono di Spagna, che servì negli Zuavi del Papa, come semplice soldato).

Anche se pare che il trattamento economico fosse migliore di quello riservato agli effettivi di altri eserciti, la maggior parte di questi bravi soldati, si era arruolata per intima convinzione e fervente fede, prova ne sia che molti non si presentarono mai a ritirare quanto loro dovuto in termini di compenso monetario.

In netto contrasto con l’immagine che una certa storiografia post-unitaria tentò di dare di questi uomini, etichettandoli come “avidi mercenari del Papa”, gli zuavi erano invece, nella stragrande maggioranza, eleganti, educati e amati dalla popolazione civile (verso cui sempre tennero un contegno da gentiluomini) e dall’aristocrazia romana (nei cui salotti erano sempre ospiti ambiti e trattati con ogni riguardo).

Il nostro coriaceo sottufficiale, pur essendo di “pelo scuro”, ha gli occhi chiari, caratteristica che potrebbe far pensare, per quanto sopra, a un robusto alsaziano.

L’uniforme delle figure in azione (che comprendono anche un fuciliere e un fuciliere-trombettiere), è quella tipica degli zuavi pontifici, che prevedeva camicia, gilet ed ampi calzoni in tessuto grigio azzurro, passamanerie, fascia ventrale e fioroni cremisi o color vinaccia, scarpe o scarponcini in cuoio nero (usatissimi gli stivali dai sottufficiali anziani) e ghette in tessuto bianco rigido o non, cinturone in cuoio nero o naturale con fibbia quadrangolare a luci parallele in ottone, giberne e buffetterie non di rado personali o personalizzate.

Gli ufficiali calzavano stivali in cuoio o pelle neri e sfoggiavano fioroni e passamanerie neri guarniti da ricami; i distintivi di grado erano ampi, in passamaneria oro e si sviluppavano, lungo il braccio, in forma di strofoide.

A differenza degli zuavi regolarmente inquadrati nell’Esercito Francese (che portavano un copricapo scarlatto con fiocco blu, tipo “fez”), gli zuavi pontifici si uniformavano alla “moda militare” della seconda metà del XIX Secolo, calzando un berrettino in tessuto grigio-azzurro, leggermente schiacciato sulla fronte, con bordo inferiore e sottili guarniture cremisi o color vinaccia sui quattro lati, visierina di cuoio nero e piccolo fregio in ottone o metallo dorato, in forma di corno da caccia (anche se non manca qualche fonte iconografica, che rappresenta zuavi papalini con un fez simile a quello degli omologhi francesi).

Gli zaini a terra, mostrano un tipo di affardellamento, pur suscettibile di svariate interpretazioni personali, sostanzialmente tipico e identificativo del corpo degli zuavi.

Sul petto del morente (il cui pallore e postura degli arti rivelano che il soffio della vita non è più) sono appuntate due decorazioni importanti, che denotano un passato militare di tutto rispetto:
più vicina alla spalla, la medaglia francese (con aquila argentata sovrastante corona d’alloro pure argentata, con effigie interna bordata d’azzurro, di Luigi Napoleone) coniata e conferita dal 1852 al 1870 (segno che, prima di arruolarsi per la difesa del Papa, il ragazzo aveva prestato onorato servizio per l’Imperatore Napoleone III);
prossima al bordo del gilet, la medaglia detta “di Castelfidardo”, meritata da chi aveva difeso lo Stato della Chiesa nella Campagna delle Marche e dell’Umbria, culminata con la Battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860), ove si scontrarono le truppe papaline, al comando di Georges de Piedimont e Christophe Lamorcière, e quelle del Regno di Sardegna, agli ordini di Enrico Cialdini e Manfredo Fanti.
La devozione religiosa e cristiano-cattolica del caporale, è testimoniata dal piccolo Rosario con Crocifisso d’argento portato, in guisa di braccialetto, al polso sinistro; a questo proposito, va detto che ben più di una fonte riferisce che fosse costume piuttosto diffuso, tra gli zuavi del Papa, il portare segni devozionali sulla propria persona, quando non addirittura sull’uniforme (Rosari o Coroncine al cinturone, ai polsi o applicati sui fioroni del gilet, anche se è più che lecito supporre che in campagna, i più vistosi e delicati di questi ornamenti spirituali, venissero tolti e riposti nelle tasche degli ampi calzoni ad abbondante sbuffo o nello zaino).

Al centro del fiorone superiore destro, il sottufficiale mostra una spilla in ottone (con emblema pontificio e sottilissima catenella pendente che andava a fissarsi verso il centro del bordo della falda del gilet), generalmente sfoggiata con pressoché tutte le tenute, da ufficiali, sottufficiali e truppa.

L’armamento, a Mentana, pare fosse costituito da un modello di fucile francese ad avancarica (anno 1859), costruito in Italia su licenza dalla ditta intestata ai Fratelli Mazzocchi (armaioli pontifici per oltre un secolo).

Solo nell’ottobre del 1868, il Generale Kanzler, optò per l’adozione di un fucile decisamente moderno e rustico, per quel tempo: il “Remington”, i cui primi 5000 esemplari (prodotti specificamente per le truppe pontificie, con Stemma Papale inciso sul congegno di sparo e sulla cassa), furono donati dai cattolici belgi.

La lunga e temibile baionetta a sciabola, a lama leggermente ondulata, inserita in un fodero in ferro e appesa al cinturone sul fianco sinistro, tramite una tasca di cuoio nero, aveva l’impugnatura sagomata anatomicamente e guarnita da costolatura in ottone.

Gli ampi tascapane in tela o canapa, passavano diagonalmente attorno al busto tramite corregge dello stesso materiale o di cuoio (queste ultime, qualora adottate, provviste di fibbie per l’adattamento).

Accessori come la borraccia, potevano ricordare, a meno della tinta, quelle inglesi di qualche decennio prima (lignee e circolari) o essere in alluminio e richiamare, nel loro aspetto, le fiaschette da brandy per i gentiluomini dediti alle battute di caccia a cavallo.

Sfumata nella polvere, in terzo piano sulla sinistra, si percepisce la sommità di un’asta con drappo pontificio, parzialmente avvoltolato attorno all’asta stessa (guarnito, nel perimetro dei tre lati liberi, da sottile frangiatura in canutiglia dorata e privo del “Triregno” papale che infatti, a differenza dei vessilli diplomatici e istituzionali, non compariva sulle bandiere di combattimento dei reparti di fanteria e di zuavi), retta da un alfiere che si può immaginare celato totalmente dalla coltre di polvere e fumo mentre, ad un passo da dove il graduato è stato colpito (in primo piano a sinistra in basso), giacciono sul terreno una palla di obsoleto cannoncino o ancor più datata spingarda (che le camicie rosse si erano portati dietro) che, dopo qualche rimbalzo, ha fermato la sua corsa ricavandosi, nel terreno, un piccolo alloggiamento, un berretto garibaldino e un foulard tricolore.

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